mercoledì 13 luglio 2011

Dieci anni dopo il G8 di Genova / 2

In preparazione del Decennale del G8 di Genova,
ecco un altro pezzo scritto dopo l'11 settembre di quello stesso tragico anno,
che prova a tenere insieme i due avvenimenti
e ad aprire una prospettiva di azione, con gli interlocutori del tempo,
all'interno del "movimento dei movimenti".
E' stato pubblicato su "Azione nonviolenta" del dicembre 2001 e su vari siti web



Per una Strategia Lillipuziana Reticolare e Nonviolenta:
i Gruppi di Azione Nonviolenta


Un mondo in crisi.
L’11 settembre 2001 a New York non sono solamente morte 5000 persone, ma si è manifestata, in maniera tragica e simbolica, la crisi del sistema-mondo che l’Occidente ha costruito.Un sistema nel quale la minoranza ricca – della quale facciamo parte noi tutti - sperpera l’86 % delle risorse del pianeta costringendo alla morte, nel silenzio e nel buio delle televisioni, 35.000 bambini al giorno per fame; nel quale 200 persone possiedono una ricchezza pari a circa il prodotto globale lordo della metà più povera dell’umanità e nel quale ci illudiamo follemente di garantire la sicurezza non attraverso la giustizia per tutti ma la difesa militare dei privilegi per pochi. La risposta dei governi alla crisi è la guerra, che è tutta interna ed anzi aggrava la crisi stessa. La guerra ha come obbiettivo non certo di sconfiggere il terrorismo - è piuttosto il modo più efficace per alimentarlo - ma di garantire all’Occidente, ed agli USA in primo luogo, per qualche anno ancora, gli ultimi rifornimenti di petrolio dell’Asia centrale, prima che la “crisi sistemica globale”, innescata dall’esaurimento dei pozzi, entri nella fase acuta e faccia crollare, con una violenza infinite volte superiore a quella delle Due Torri, il mondo che abbiamo costruito sul profitto e sulla crescita (1). Ed i governanti del mondo, assolutamente irresponsabili, si preoccupano di terminare il proprio mandato elettorale garantendo, ai già garantiti, qualche altro anno di illusione di benessere, incuranti del muro dell’insostenibilità sociale ed ambientale contro il quale stanno portando velocemente - d’accordo con i decisori economici delle istituzioni internazionali e della multinazionali - a impattare l’umanità e il pianeta.

Le responsabilità dei popoli di Seattle, Porto Alegre e Genova
Di fronte alla incapacità imbelle di leggere i segni di crisi - mista alla volontà di perseverare sulle strade della violenza strutturale del sistema e della violenza diretta della guerra a sua difesa - da parte delle élite elette e non elette, la responsabilità di agire rimane tutta ai popoli della terra i quali, in questi anni, pazientemente, hanno costruito quel “movimento dei movimenti” che ha visto la sua emersione a Seattle e poi via via tutta una serie di mobilitazioni internazionali - passando per l’appuntamento costruttivo di Porto Alegre - fino alla contestazione del G8 di Genova nel luglio scorso (2).
Il conflitto sociale ed ecologico, che ha costantemente accompagnato il capitalismo in tutta la sua costruzione ed espansione, è dunque nuovamente assunto ed agito nelle strade e nelle piazze da parte di coloro che operano la resistenza alla sua violenza e ne costruiscono e, in molti casi, praticano le alternative. Oggi la posta in gioco è altissima e sempre più chiara e ravvicinata, ne va del futuro della terra e dei sui abitanti. Pertanto il movimento di lotta in atto non può permettersi di fallire nel suo obbiettivo di trasformare in senso nonviolento le strutture profonde, economiche e culturali, della società. Ma con i fatti di Genova - nella loro drammaticità e con le dolorose ferite fisiche e morali ancora aperte - il movimento è entrato nella fase acuta del conflitto. Nella fase in cui maggiormente corre, da un lato, il rischio di involuzione verso derive violente, oltretutto inefficaci e controproducenti e, dall’altro, specularmente, il rischio della criminaliz-zazione e della repressione feroce e illiberale. Entrambi i rischi possono condurre alla fine del conflitto, all’azzeramento del movimento e delle sue speranze di cambiamento, al peggioramento complessivo delle condizioni dell’ambiente e degli umani al Nord come al Sud, al via libera definitivo alle guerre per il petrolio prima, per l’acqua poi e di tutti contro tutti, infine, senza più nessun argine di resistenza e alternativa politica.

Servitù volontaria e sistema capitalista
Se già nel ‘500, come ci ricorda Gene Sharp (3), Etienne de La Boétie nel suo Discorso sulla servitù volontaria, ha evidenziato come le vere radici del potere stanno nella “complicità” di chi lo subisce, questo è ancor più vero oggi, in Occidente, nel sistema di capitalismo avanzato. Il sostegno principale al sistema non è dato tanto dall’esercito o dalla polizia quanto da quel venti per cento di cittadini del mondo ricco che da un lato dissipa le risorse economiche, ecologiche ed energetiche di tutti e dall’altro comincia a pagarne le conseguenze (mucche pazze, ogm, cambiamento climatico, insicurezza sociale, terrorismo ecc.).
“Il capitalismo è sostenuto più dall’adesione passiva che dalla forza. - spiega Brian Martin - Nelle società capitalistiche le persone vivono la loro vita quotidiana invischiate in una rete di credenze e di piccole azioni che costantemente ripresentano loro ciò che è possibile e desiderabile. Quando la gente consuma un pasto pronto, vede e ascolta la pubblicità, indossa abiti firmati, aspira a ulteriori possessi materiali e si adatta a competere in un mercato del lavoro rigido, ecco che si trova coinvolta in comportamenti e sistemi di credenze che riflettono e riproducono uno stile di vita dominato dal capitalismo. Se molti disobbedissero alle leggi, l’intervento della polizia o dell’esercito potrebbe essere controproducente o inutile, ma il fatto è che quasi tutti si adeguano al sistema, anche coloro che gli sono contrari. Si tratta dunque di elaborare una politica che distrugga le credenze del capitalismo e che dia impulso ed espansione a una nuova sfida”(4).
Ed esattamente questa è la sfida che ha di fronte il “movimento dei movimenti”: Continuare a rincorrere i vertici dei potenti, trasformati ormai in abili trappole, agendo un conflitto di piazza aspro, ed anche violento, che rimane in superficie perché tende a polarizzarsi nello scontro con le forze dell’ordine - consentendo alla gente di rimanere spettatrice di qualcosa che, sostanzialmente, sente lontano, estraneo e non capisce - oppure avviare una trasformazione del conflitto in senso nonviolento, meno spettacolare, forse, ma che mira più in profondità perché alla ricerca della comunicazione efficace con tutti, avendo come interlocutori principali i cittadini, terze parti fondamentali nel confronto tra il movimento ed il potere - perché di esso sono appunto il puntello - attraverso la messa in campo di strumenti di azione inediti che proprio i cittadini persuadano e coinvolgano sui loro territori.

Una strategia lillipuziana, reticolare e nonviolenta
La Rete di Lilliput è il soggetto politico interno al “movimento dei movimenti” che in Italia ha le carte in regola per provare a trasformare il conflitto in senso nonviolento. La storia delle associazioni aderenti, il radicamento sul territorio di molte realtà che ne costituiscono l’ossatura, l’organizzazione per nodi territoriali, la scelta chiara e definitiva della nonviolenza fanno si che essa possa svolgere, per tutto il movimento, un ruolo delicato ed insostituibile: percorrere la strada stretta che passa tra l’assenza del conflitto agito e la sua degenerazione violenta. Ossia operare la trasformazione e mantenere la gestione nonviolenta del conflitto ecologico e sociale attraverso la strategia che più le è congeniale: lillipuziana, reticolare e nonviolenta.
Si tratta, dopo Genova, di modificare il paradigma del conflitto: passare dalle grandi manifestazioni concentrate ed onnicomprensive alle azioni nonviolente sui territori e su obbiettivi specifici. A tal fine bisogna, per un verso, lasciare modalità di mobilitazione ormai usuali ma sempre più inefficaci o addirittura controproducenti: abbandonare la rincorsa dei vertici dei potenti per uscire dalla subalternità ai luoghi e ai tempi di manifestazione imposti dalle loro agende; uscire dalle logiche della uguaglianza nella diversità, e della contemporaneità, delle forme di lotta adottate a Genova perché le forme che non sono coerentemente nonviolente nei mezzi, nei fini, nella comunicazione, nell’immagine, fanno il gioco del potere; uscire dalla mistica del numero propria delle manifestazioni di massa che, in questa fase, sono il ricettacolo di coloro che intendono sfidare il potere sul piano, reale o simbolico, della violenza a tutto vantaggio di chi vuole criminalizzare il movimento (altro naturalmente è lo spirito ed il senso della marcia Perugia-Assisi). E, per altro verso, utilizzare le sinergie della rete per avviare una trasformazione profonda dei territori locali - dove la gente tutti i giorni vive-produce-consuma - mettendo in campo una strategia complessiva che preveda, nodo per nodo, un programma costruttivo ed un progetto di azioni nonviolente.
Per quanto riguarda il programma costruttivo, se i nodi della Rete Lilliput, che legano insieme soggetti che già operano per la trasformazione del proprio territorio - dalle botteghe del mondo ai coordinamenti per la pace, dalle m.a.g. ai comitati ecologisti, dai movimenti nonviolenti ai gruppi di acquisto solidale ecc. ecc.- lavorassero alla connessione dell’enorme quantità e qualità di competenze, energie e sensibilità che riescono ad esprimere finalizzandole alla realizzazione di progetti forti di cambiamento locali, potrebbero, agendo in rete, incidere in profondità, operando trasformazioni significative nelle pieghe delle nostre e della nostra società(5). “Se un tratto sembra caratterizzare tutte le più nuove ed efficaci azioni di resistenza e di contrasto agli effetti perversi dell’assolutizzazione dell’economia e della globalizzazione finanziaria – scrive a questo proposito Marco Revelli – è che esse muovono, per così dire, <>. Che si costituiscono dentro le pieghe del territorio – l’elemento più sfidato ed insieme più attivo nel quadro della competitività globale. In una parola , che fondano la propria pratica dal basso, per poi identificare singoli momenti, luoghi simbolici, eventi (si pensi a Seattle) in cui rappresentare la propria vocazione globale”(6). Si tratta, insomma, di dare priorità al radicamento ed al progettare insieme il cambiamento culturale, economico, sociale e politico dei territori locali, piuttosto che svolgere pellegrinaggi dell’anti-globalizzazione verso le “zone rosse” dei santuari globali. Per quanto riguarda il progetto di azioni nonviolente, costituire presso ogni nodo un Gruppo di Azione Nonviolenta.

I Gruppi di Azione Nonviolenta
La strategia di trasformazione nonviolenta del conflitto passa anche attraverso le azioni dirette nonviolente, che fondano la loro efficacia ed incisività sulla capacità di comunicare a più persone le ragioni della propria iniziativa politica acquisendone la simpatia, il consenso ed infine l’alleanza. Esse agiscono tanto sull’avversario – le strutture da trasformare impersonate di volta in volta da coloro nei cui confronti si rivolge l’azione – del quale si cerca il cambiamento, quanto su coloro che si considerano neutrali – inconsapevoli del proprio essere i “servitori volontari” del sistema – dei quali si cerca la persuasione, la “conversione” ed infine la disobbedienza. Dopo la trappola di Genova, le azioni nonviolente possono consentire di tenere insieme la realizzazione degli obbiettivi essenziali con la possibilità democratica di agire liberamente tra la gente, la riduzione al minimo del rischio di degenerazioni violente delle mobilitazioni con la messa del potere nell’impossibilità – o nella difficoltà estrema - di dispiegare il suo apparato repressivo.
La struttura reticolare di Lilliput può garantire, inoltre, una diffusione capillare di azioni nonviolente sui territori che ha il vantaggio di incontrare più cittadini contemporaneamente, a viso aperto, senza la mediazione dei mezzi d’informazione (o dis-informazione) nazionali, e di rivolgersi ad obbiettivi particolarmente importanti per le sensibilità locali. La strada da seguire a questo scopo è la costituzione all’interno di ogni nodo Lilliput di un Gruppo di Azione Nonviolenta (GAN) (7).
Se in ogni città o provincia dove è presente un nodo, un gruppo di lillipuziani si impegnasse in un adeguato programma di formazione alla teoria ed alla prassi del metodo nonviolento e incominciasse a sperimentare delle azioni dirette nonviolente locali, collegandosi progressivamente ai GAN degli altri nodi, svolgendo sempre più azioni coordinate con questi, e magari simultanee, nel giro di qualche anno sarebbe presente in Italia una rete di lillipuziani nonviolenti capaci di attivarsi, con preparazione ed organizzazione, anche per campagne di ampio respiro. E sarebbe giunto il momento di lanciare una grande campagna nonviolenta nazionale - su un nostro tema e con i nostri tempi - condotta finalmente secondo le gandhiana “legge della progressione”, che prevede il passaggio graduale dalle forme più blande di azione a quelle via via più incisive e radicali fino alla realizzazione completa dell’obbiettivo essenziale stabilito(8). Per passare poi ad un nuovo obbiettivo… Poiché per condurre con efficacia un’azione nonviolenta si devono condividere i valori di riferimento, e non solo gli avversari, il programma di formazione dei lillipuziani dovrebbe essere indirizzato non alla semplice acquisizione di un insieme di tecniche - perché la nonviolenza non è un mero strumento che può essere usato per qualunque scopo o applicato come etichetta su qualsiasi tipo di azione - ma alla conoscenza ed all’appropriazione dei principi, della strategia e della tattica, oltre che della pratica, che fondano storicamente e scientificamente il metodo nonviolento. Si tratta di riuscire ad attivarsi efficacemente, insomma, attraverso i GAN e i progetti locali costruttivi, per la trasformazione tanto sul piano del cambiamento personale - nostro e degli altri - quanto su quello politico, tanto sul piano delle dinamiche globali quanto - e soprattutto - sul loro riverbero nel locale e nel quotidiano di tutti.

Infine, la profondità
In un contesto storico come quello attuale – carico di una tale violenza che può paralizzare la capacità critica e l’azione creativa – la scelta da parte della Rete Lilliput di caratterizzare la propria strategia in maniera lillipuziana, reticolare e nonviolenta - attraverso la strutturazione, nodo per nodo, dei programmi costruttivi locali e l’investimento sulla formazione dei Gruppi di Azione Nonviolenta - può non essere compresa e condivisa dal resto del “movimento”, se questo continua a reagire in maniera automatica e rituale agli input esterni. Pazienza, la posta in gioco è talmente importante che ciò che conta è cercare le strade che inducano veramente il cambiamento nel modo di pensare, di vivere e di agire in Occidente, modificandone contemporaneamente i comportamenti individuali e le strutture sociali. Serve dunque impegnarsi - piuttosto che nella ricerca di defatiganti unanimismi di facciata – in accurate modalità di azione che affrontino la complessità delle dinamiche in gioco e rifuggano dalla semplificazione, che incidano in profondità e non si dimenino sulla superficie. Perciò è necessario - e presto - lavorare alla trasformazione del conflitto in senso nonviolento, per riuscire a tenere conto allo stesso tempo dei diversi livelli nei quali si esprime la violenza, della pluralità degli attori coinvolti nel conflitto e della molteplicità delle sue dimensioni. Non è certo una scelta di moderazione, è piuttosto una scelta di azione in profondità che non si arresta alla superficie della rincorsa, a dispersione energetica, degli avvenimenti indotti dagli avversari.
“La nonviolenza è il punto della tensione più profonda del sovvertimento di una società inadeguata” scriveva Aldo Capitini molti decenni orsono(9), e parlava dell’oggi.


NOTE
(1)Vedi, tra le altre cose, l’intervista ad Alberto di Fazio La guerra sul treno della crisi petrolifera su il manifesto 17 ottobre 2001 e Massimo Riva La guerra del greggio si fa ma non si dice la Repubblica 23 ottobre 2001;
(2)Cfr. Nanni Salio Persuasi della nonviolenza per sconfiggere ogni terrorismo, Azione nonviolenta n.10/2001;
(3) Politica dell’azione nonviolenta, vol 1, Potere e lotta EGA Torino 1985;
(4)Nonviolenza contro capitalismo, si trova in appendice a Giovanni Salio Elementi di economia nonviolenta quaderni di Azione nonviolenta n.16 Verona 2001;
(5)Cfr Il progetto Lilliput: rete, territorio, nonviolenza elaborato dal nodo Lilliput di Reggio Emilia presente sul sito
(6)Marco Revelli Oltre il Novecento La politica, le ideologie e le insidie del lavoro Einaudi Torino 2001 pag.286 (vedi recensione su Azione nonviolenta 10/2001);
(7)La sigla GAN rievoca il primo GAN (Gruppo di Azione Diretta Nonviolenta) che vide la luce in Italia nei primi anni ’60, con il consenso di Aldo Capitini e il coordinamento di Pietro Pinna, e che diede impulso alla diffusione nel nostro paese delle tecniche della nonviolenza, già allora ampiamente sperimentate all’estero. Vedi Nonviolenza in cammino. Storia del Movimento Nonviolento dal 1962 al 1992 Edizioni del Movimento Nonviolento Verona 1998;
(8) Vedi M.K. Gandhi Teoria e pratica della nonviolenza Einaudi Torino 1973
(9)Il problema religioso attuale Guanda Parma 1948, pag. 61 (vedi anche Aldo Capitini Toria della nonviolenza quaderni di Azione nonviolenta n. 6 Perugia 1980)

lunedì 4 luglio 2011

Dieci anni dopo il G 8 di Genova

In preparazione del decennale del G8 di Genova, ripropongo su questo blog le note scritte a caldo, dieci anni fa, appena qualche giorno dopo le tragiche giornate genovesi. Hanno un per me un valore storico/documentario, perchè hanno rapprentato l'avvio di una ricerca personale e collettiva, ma ancora incompleta, su nuovi modi di stare nei conflitti sociali.
Forse, anche in questi giorni - fatte tutte le ovvie e necessarie distinzioni - possono ancora significare qualcosa.



24 luglio 2001

Dopo la trappola di Genova: che fare?


Nonostante il dolore, l'amarezza e la rabbia per quanto avvenuto a
Genova nei giorni passati, cerchiamo di non perdere la lucidità e abbozzare
una prima analisi per provare a capire il perchè di quanto accaduto, a
leggere i nostri errori e a trovare la strada da percorrere adesso.

La trappola

Il Potere da sempre, quando è o si percepisce minacciato, reagisce con
la massima violenza di cui è capace: se necessario spara. Lo fa nella
maggior parte del mondo, lo ha già fatto anche in Italia e lo farà ancora
e, se questo non dovesse bastare, scatanerà la repressione feroce e
indiscriminata.
Il potere politico e militare nel nostro paese è in mano ad un governo
liberista-mafioso-fascista e, per chi ne aveva qualche dubbio, il
comportamento della polizia prima e del suo braccio mass-mediatico poi lo
comprova definitivamente.
Questo potere non aspettava altro che l'occasione per poter sfoderare
tutta la violenza di cui è capace nei confronti di un movimento solido,
vero, dal basso e dalla parte della verità e della giustizia, perciò
fortemente minaccioso. Non aspettava altro che qualcuno gliene fornisse
l'occasione o, almeno, gli fornisse l'opportunità di crearsi l'occasione.

Se l'occasione immediata è stata data dai criminali neri, sia che
fossero sia che non fossero in combutta con la polizia, l'opportunità più
profonda è stata data dal clima di tensione che si è venuto a creare ed è
montato intorno al vertice dei G8: le botte di Napoli, il ragazzo ferito a
Goteborg, l'attenzione mediatica ossessiva su tutto quanto si preparava per
Genova, la mobilitazione dell'esercito, l'annuncio dell'arrivo a Genova da
parte di coloro - antimperialisti, insurrezionalisti e quant'altro - che
non si riconoscevano nelle raccomandazioni del Genoa Social Forum, la
farneticante "dichiarazione di guerra" del portavoce delle tute bianche
(salvo dichiararsi pacifista all'ultimo minuto, ma qualcuno forse a
ventanni l'ha presa sul serio: attenzione, le parole sono pietre e si porta
la responsabilità delle loro conseguenze!), il susseguirsi di esplosioni
nella settimana del Vertice.
E poi l'illusione, da parte del GSF, di poter tenere insieme -
all'insegna del tutti a Genova - ma separate e distinte, in così poco
spazio, tutte le forme di testimonianza e azione, dalla preghiera
all'assalto alla zona rossa, dalle azioni dirette nonviolente ai vandalismi
annunciati: una forma di mobilitazione e contaminazione che ha favorito
l'emergere e l'imporsi, da tutte e due le parti della barricata, di coloro
che sguazzano nel torbido e danno sfogo - in queste occasioni dove si
possono confondere nella massa - alla violenza più brutale di cui sono
capaci. E nessuna azione sembra essere stata prevista per neutralizzali.
E' stata una battaglia campale e, come tutte le battaglie giocate sul
piano militare, ha avuto la meglio chi ha colpito più ferocemente, più
subdolamente, alle spalle e di nascosto.
E i nostri temi e le nostre proposte azzerate dalla violenza.
E' stata una trappola e noi ci siamo cascati. Se ne dovrà parlare
ancora, ma adesso bisogna venirne fuori.

La Rete di Liliput

Con i fatti di Genova il movimento emerso a Seattle entra nella fase
acuta del conflitto. In Italia, rispetto ad altre fasi storiche di lotta di
piazza, questa volta c'è la novità delle Rete di Lilliput: centinaia e
centinaia di associazioni - che quotidianamente lavorano sui temi sociali
ed ecologici - le quali, riunite nei nodi locali, hanno fatto la scelta
della nonviolenza.
La Rete di Lilliput all'interno del movimento di lotta ha, e deve
mantenere e rinforazare, un proprio ruolo fondamentale, delicato e
insostituibile: quello di percorrere la strada stretta che passa tra
l'assenza di conflitto da un lato e il conflitto violento dall'altro (che
conduce alla repressione e ad una nuova stabilizzazione) ossia di lavorare
alla trasformazione del conflitto in senso nonviolento, .
La Rete di Lilliput deve investire le proprie energie per impedire che
un conflitto che coinvolge l'umanità e la natura intera venga condotto nel
cul de sac dello scontro con la polizia (nel quale il potere vuole condurlo
ed ha dimostrato di saperlo fare benissimo); per trovare la via d'uscita
dalla polarizzazione tra due soggetti antagonisti (contestatori vs forze
dell'ordine) che consente al resto del mondo di rimanere spettatore; per
non concedere a nessuno la possibilità di restringere il conflitto ad
affare tra noi ed il potere, ma lavorare per estenderlo, generalizzarlo,
portarlo tra tutti ,coinvolgendo la gente affinchè cominci, grazie alle
nostre azioni, a sentirsi interiormente in conflitto con se stessa ed il
proprio stile di vita e di consumo.
Si tratta di trasformare, lentamente ma profondamente, il consenso che
sostiene il sistema in dissenso ed il dissenso in azione.

Che fare?

Se questo è il servizio prezioso che la Rete di Lilliput può svolgere è
necessario, a mio avviso - soprattutto e urgentemente dopo Genova -
compiere alcune scelte strategiche necessarie alla trasformazione
nonviolenta del conflitto.
Gli obbiettivi di mantenere la possibilità di agire nelle piazze, di
ridurre al massimo la possibilità di degenerazioni violente, di mettere il
potere nell'impossibilità - o nella difficoltà estrema - di utilizzare il
suo apparato repressivo e di comunicare a più persone contemporaneamente le
nostre ragioni, possono essere tenuti insieme oggi, a mio avviso, solo
declinando la modalità lillipuziana reticolare, adottata come forma
organizzativa della Rete, anche come strumento di mobilitazione.

A tal fine bisogna, per un verso, lasciare modalità di azione ormai
usuali ma sempre più inefficaci o addirittura controproducenti:
1) abbandonare la rincorsa dei vertici del potere: uscire dalla
subalternità degli spazi e dei tempi di manifestazione imposti dalle loro
agende, che ci portano a scendere in piazza dove e quando vogliono i potenti;
2) uscire dalla logica della uguaglianza nella diversità, e della
contemporaneità, delle forme di lotta, adottata dal GSF: le forme che non
sono coerentemente nonviolente nei mezzi, nei fini, nella comunicazione,
nell'immaggine, fanno il gioco del potere. Non bisogna manifestare dove
manifestano compagni di strada che non condividono le nostre forme.
3) uscire dalla logica delle manifestazioni di massa che, in questa
fase, sono il ricettacolo di coloro che intendono sfidare il potere sul
piano, reale o simbolico, della forza e sempre più si trasformano in campi
di battaglia, a tutto vantaggio di chi vuole criminalizzare il movimento.

Per altro verso, bisogna strutturare una modalità di azione nuova,
nonviolenta, lillipuziana, reticolare:
1) creare presso ogni nodo, o insieme di nodi limitrofi, un gruppo di
azione nonviolenta GAN (dove sono stati costituiti gruppi di affinità tanto
meglio, che non si sciolgano);
2) avviare un programma di formazione per ciascun GAN serio e e
approfondito, teorico e pratico, sul metodo nonviolento e sulle sue
tecniche;
3) quando sarà completata la formazione, strutturare un' agenda di
azioni nonviolente locali concordate e contemporanee su tutto il territorio
nazionale, in base alle nostre priorità, di tempi e di temi (per esempio
per raggiungere un obbiettivo più avanzato in una campagna di boicottaggio,
o per fare un'azione di comunicazione efficace su un tema particolarmente
importante, per fare una contestazione capillare e diffusa ecc.).
Questa strategia lillipuziana e nonviolenta può consentire - se
attuata con persuasione, preparazione e organizzazione - di portare
efficacemente le nostre tematiche sui nostri territori, di comunicare a
viso aperto con i nostri concittadini che spesso ci conoscono - conoscono
il nostro impegno e lavoro quotidiano - e sanno che non siamo vandali
calati da chissà dove, di impedire - visti i numeri ridotti e non
trattandosi di manifestazioni ma di azioni dirette condotte da chi le
organizza - le infiltrazioni di provocatori (e comunque ci si prepara,
eventalmente, per isolarli, escluderli, consegnarli alla polizia o
sospendere l'azione), di rendere inutilizzabile l'apparato repressivo del
potere sia nella forma violenta che in quella disinformativa, perchè senza
alcun alibi e perchè tutto si svolge sotto gli occhi della nostra gente e
della stampa dei nostri paesi e città.

lunedì 13 giugno 2011

Dieci mosse e un appuntamento

Dopo l’anticipazione delle elezioni amministrative, oggi è accaduto un fatto straordinario.

In dieci mosse:

1. il popolo ha esercitato direttamente la propria sovranità, ossia il “potere di tutti”;
2. si è riappropriato dell’unico strumento di democrazia diretta presente nel nostro ordinamento: il referendum.
3. Lo ha fatto superando una quantità mai così potente di trappole, insidie e mistificazioni poste da chi aveva paura dell’esercizio diretto del potere democratico.
4. Lo ha fatto costringendo tutti i partiti a misurarsi, controvoglia, sul suo terreno e sui suoi temi e a contorcersi nelle contraddizioni.
5. Ha espresso tre principi chiari:
6. a. i beni comuni sono sottratti al neoliberismo e alla logica di mercato,
7. b. l’energia si deve coniugare con l’ecologia, cioè con l’ambiente, la salute e il futuro,
8. c. la legge è uguale per tutti.
9. Si è liberato, in questo modo, di vent’anni di neoliberismo e berlusconismo, di destra e di centrosinistra.
10. Ha disegnato un nuovo orizzonte politico e un nuovo programma, il più avanzato possibile.

Rimane da mettere in agenda il tema della pace.
Per questo si è dato appuntamento il 25 settembre, da Perugia ad Assisi.
Nella più grande Marcia per la Pace della nostra storia.

lunedì 11 aprile 2011

Uno specialista nel settore dell'emigrazione

E' un anno di anniversari tondi questo 2011. Approfittiamone, di volta in volta, per fare quelche riflessione utile per l'oggi.
Cinquanta anni fa, l'11 aprile del 1961, si apriva a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann, il gerarca nazista che aveva pianificato prima l'allontanamento forzato degli ebrei dalla Germania e dopo la loro deportazione nei campi di sterminio.
"Uno specialista nel settore dell'emigrazione", così si autodefinisce Eichmann di fronte ai giudici e l'unica colpa che ammette è quella di aver fedelmente svolto il proprio dovere, senza essere mai stato richiamato dai suoi superiori.
La filosofa Hannah Arendt, che segue di persona l'intero processo, ne scrive uno dei libri più importanti del '900 La banalità del male (1963), nel quale mette a fuoco la normalità rivendicata, e vera, di quest'uomo. Il suo non essere un mostro: "i giudici sapevano che sarebbe stato quanto mai confortante poter credere che Eichmann era un mostro, ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, perchè implica che questo nuovo tipo di criminale, realmente hostis generis humani, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male".
Se dunque non è un mostro colui che è capace di tale violenza, non è un essere alieno dal genere umano, ma è un uomo come tanti, ciò significa che quella violenza riguarda tutti, perchè ciascuno in simili circostanze potrebbe essere al suo posto. E, come lui, obbedire.
Zygmunt Baumann, molti anni più tardi nel suo Paura liquida (2006), approfondisce e generalizza le riflessioni della Arendt. "La lezione più spaventosa di Auschwitz, dei gulag, di Hiroshima è che, contrariamente all'opinione comune, non sono soltanto i mostri a commettere crimini mostruosi. La lezione più devastante di Auschwitz, dei gulag e di Hiroshima non è che potremmo anche noi essere rinchiusi dietro il filo spinato o nelle camere a gas, ma che, date le giuste condizioni, potremmo stare di guardia o spruzzare nelle condutture cristalli di sale bianchi; la lezione non è che una bomba atomica potrebbe abbattersi proprio su di noi, ma che, date le giuste condizioni, potremmo essere noi a lanciarla sulla testa di altri".
Questa, ci dicono Arendt e Baumann, è la lezione del processo ad Eichmann, la lezione di Auschwitz, dei gulag, di Hiroshima, ma questa lezione non l'abbiamo ancora imparata.
Quanti sono oggi i normali specialisti nel settore dell'emigrazione, i normali guardiani di campi di concentramento, i normali sganciatori di bombe, i normali spettatori passivi di tutto questo? Che tornando a casa, a sera, come Eichmann, sono convinti di avere svolto il proprio dovere?

domenica 6 marzo 2011

La nonviolenza per la città aperta

5 incontri

per costruirne i saperi necessari



Gli incontri si svolgeranno presso la CASA DELLE CULTURE via Wiligelmo, 80 Modena

(adiacente alla Polisportiva San Faustino)



SABATO 19 MARZO 2011, ORE 15,30 – 18,30

La città sicura o la città si/cura?

Costruzione della paura, del nemico, dell'identità

e del capro espiatorio



SABATO 26 MARZO 2011, ORE 15,30 – 18,30

Mass-Media e costruzione sociale della diffidenza

Costruzione, rappresentazione mediatica e diffusione

sociale dei pregiudizi, attraverso alcune ricerche



SABATO 2 APRILE 2011, ORE 15,30 – 18,30

L'altro sono io

La scoperta, l'incontro e la presenza dell'altro da sè.

E di sè come altro



SABATO 9 APRILE 2011, ORE 15,30 – 18,30

Costruire i saperi della convivenza

Buone pratiche di ascolto e comunicazione per trasformare

i conflitti e stare dentro alla società complessa



SABATO 16 APRILE 2011, ORE 15,30 – 18,30

La città aperta è la città nonviolenta

Empatia e nonviolenza come prassi personale



La proposta formativa intende esplorare alcuni aspetti essenziali della convivenza umana nell'epoca delle società complesse, individuando quei nodi critici che, se non conosciuti, esplorati e sciolti, possono determinare l'involuzione, l'imbarbarimento e la diffusione della violenza. Nei primi due incontri ci si focalizzerà sui meccanismi di costruzione sociale della paura, del nemico, dell'identità, del capro espiatorio, dei pregiudizi e della discriminazione, facendo riferimento sia agli autori che ne hanno maggiormente indagato la fenomonologia storica e ricercato le cause sociali e culturali, sia alle ricerche sociologiche più recenti. Nei successivi tre si lavorerà sulla elaborazione dei saperi necessari per la costruzione di buone relazioni, ossia di relazioni nonviolente, anche nei contesti in cui le molteplici differenze sono generatrici di conflitti. Si lavorerà sulla scopertà dell'altro da sè, sull'ascolto, la comunicazione, l'empatia e la nonviolenza. Che è prassi specifica, ma anche la cornice culturale di riferimento in cui si inserisce il percorso formativo. Anche in questo caso sarà fatto riferimento agli autori che hanno dato contributi significativi di elaborazione e sperimentazione. Su un piano metodologico, tutti gli incontri – condotti da due formatori – vedranno l'alternanza di momenti teorici, lavori di gruppo, simulazioni ed esperienze dinamiche.



FORMATORI:

Elena Buccoliero, sociologa e counsellor, per 17 anni si è occupata di prevenzione del disagio giovanile presso Promeco, un servizio pubblico del Comune e AUSL di Ferrara. Da tre anni è giudice onorario minorile presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna, collabora inoltre con l’ufficio del Difensore civico della Regione Emilia-Romagna. Fa attività di formazione rivolta soprattutto al mondo della scuola sul bullismo, conduzione del gruppo, violenza nella scuola. Su questi temi ha pubblicato numerosi testi per insegnanti e racconti per ragazzi, e ha realizzato video didattici, svolto ricerche eccetera. Da circa 14 anni fa parte del Movimento Nonviolento e collabora con la rivista Azione Nonviolenta. A Ferrara, dove è nata e vive, ha contribuito a fondare la Scuola della Nonviolenza che nel corso di ogni “anno scolastico” propone incontri aperti alla cittadinanza per approfondire temi e autori della nonviolenza, svolgere laboratori, proiezioni, gruppi di discussione.

Pasquale Pugliese, laureato in Filosofia per diversi anni ha svolto l’educatore in un progetto del Comune di Reggio Emilia, i Gruppi Educativi Territoriali. Ne è poi diventato coordinatore, supervisore ed oggi si occupa di progettazione educativa. È impegnato nel Movimento Nonviolento, in cui è componente del Comitato di coordinamento nazionale e del suo direttivo. Fa parte della redazione di

“Azione nonviolenta”, rivista fondata nel 1964 da Aldo Capitini (www.nonviolenti.org), e ne ha seguito la rubrica educazione. A Reggio Emilia, dopo aver partecipato negli anni, a molte “reti”, “coordinamenti” e “campagne”, è tra i fondatori della Scuola di Pace, che

segue sia nel coordinamento che nei gruppi di lavoro su ”scuola ed educazione” www.comune.re.it/scuoladipace - www.comune. re.it/ scuoladipace. I suoi articoli e interventi recenti si possono recuperare sul blog http:// pasqualepugliese.blogspot.com/



È necessaria l’iscrizione ai laboratori,

entro il 12 marzo 2011.



Per la partecipazione ai 5 incontri è previsto un contributo di € 10,00. Chi avesse esigenze di “intrattenimento bambini” è pregata/o di segnalarlo nel momento dell’iscrizione.



Per informazioni e iscrizioni:

vittoventuri@libero.it cell. 349-3704622

rossellaperruccio@virgilio.it cell. 340-3059381



Casa per la Pace - Modena

Con il patrocinio del Comune di Modena

In collaborazione con Movimento NONviolento

venerdì 18 febbraio 2011

La pedagogia della scuola delegata ai militari

Una società chiusa ha il diritto di produrre una scuola a sè conforme?

di Pasquale Pugliese

(pubblicato su “Azione nonviolenta. Rivista fondata da Aldo Capitini nel 1964”, gen-feb 2011)


La cultura della forza
Uno striscione degli studenti medi romani, esposto nella bella manifestazione nonviolenta del ventidue dicembre, quella che ha ignorato la "zona rossa" che blindava i palazzi del potere nella loro solitudine, così portava scritto: la vostra cultura è la forza, la nostra forza è la cultura.
In quella frase, quei ragazzi in lotta per una scuola di qualità per tutti, avevano sintetizzato una verità profonda, forse al di là delle loro stesse intenzioni. La "cultura della forza" che contestano, infatti, non è solo quella che il governo ha messo in campo in funzione repressiva rispetto alle manifestazioni di protesta; nè è solo quella che, per esempio, esercita quotidianamente nei confronti dei migranti, trattati da delinquenti per il fatto stesso di esistere; nè, ancora, è solo quella dei mille strappi quotidiani nei confronti dello stato di diritto del nostro paese o quella di mantenere presìdi armati in zone di guerra, contravvenendo alla lettera ed allo spirito della Costituzione. La "cultura della forza" è anche quella che, all'interno del governo - in assenza di qualsiasi pensiero pedagogico a fondamento delle cosiddette "riforme" della scuola e dell'università, anzi con vero fastidio e insofferenza di fronte a qualsiasi discorso pedagogico – ha delegato la definizione e la declinazione del modello educativo per il Paese alla cultura della forza per definizione, quella delle Forze Armate.

Tutta colpa dei...pedagogisti
Già nel 2008 i pedagogisti italiani avevano delegittimato su un piano educativo la contro-riforma della scuola voluta dal'avvocato Gelmini, ministro dell'istruzione. Per esempio, due tra i più importanti studiosi italiani, il pedagogista Andrea Canevao e lo psicologo Dario Ianes, si sono dimessi dall'Osservatorio sull'integrazione scolastica del Ministero dell'Istruzione con questa motivazione: "Questa nuova politica scolastica fatta di tagli, economie presunte, annunci e smentite, rigore, disciplina, ordine, divise, autorità, voto in condotta, bocciature, selezione produce in tutti ulteriore insicurezza, diffidenza e conflitti. Queste politiche scolastiche sono evidentemente gestite da finalità economicistiche, per risparmiare: ma questo avverrà sulle spalle delle famiglie, sulla pelle degli alunni e sulla credibilità della Scuola pubblica, come la vuole la nostra Costituzione. In questo clima di "produzione sociale di ostilità, diffidenza, tensione", anche la Pedagogia subisce un violento attacco. Nel clima di rinnovato rigore scolastico, chi viene additato come responsabile dello sfascio, oltre naturalmente ai fannulloni? L'ideologo dei fannulloni e dei lassisti: il pedagogista... Chi perdonava tutto, chi non ha polso, chi comprende tutto invece di punire, chi non ha le palle per imporsi, chi ci affumica con discorsi fumosi pseudofilosofici, chi non dava importanza alle discipline, il pedagogista debole, che ha indebolito la Scuola Italiana, ecc. Ecco, a questo clima di strisciante, ma non troppo, denigrazione, come pedagogisti non ci stiamo."

La militarizzazione della scuola
Ed entrando nel merito della contro-riforma, un altro importante pedagogista, Luigi Guerra, preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Univeriotà di Bologna, così ha scritto, tra le altre cose, in merito reintroduzione della valutazione numerica sia sul piano del rendimento che della "condotta": "In qualsiasi università, uno studente che presentasse queste scelte come funzionali ad un miglioramento della qualità del rendimento e del comportamento degli studenti verrebbe trattato come una matricola impreparata. Il problema non sta nelle forme del giudizio, ma nel modo in cui ci si arriva, nel come si riesce ad insegnare e a costruire la socializzazione e l’ apprendimento dei ragazzi: limitarsi a restaurare le modalità per constatare e sanzionare le loro lacune e indiscipline è un’ operazione che corrisponde semplicemente al desiderio di riversare ogni responsabilità sugli studenti, sulle loro famiglie, sul loro ambiente di vita; alla scelta di eliminare dalla scuola chi dà fastidio, chi parla e pensa in modo diverso dalla cultura dominante. In definitiva, chi dovrebbe essere oggetto di cura, non di sanzione. Ed è un vero peccato che autorevoli opinionisti, anche normalmente illuminati, si siano fatti contaminare da questa voglia di restaurazione burocratica, di militarizzazione della scuola".

Il 4 novembre a scuola
In realtà, la militarizzazione della scuola, paventata dal professor Guerra, si è spinta ben oltre le forme sanzionatorie nei confronti degli studenti. Infatti, non avendo il supporto dei pedagogisti, il "pedagogista" di riferimento dell'avvocato Gelmini è diventato il ministro della difesa La Russa al quale la prima ha delegato, di fatto, le "linee guida" per la formazione della gioventù italiana.
I primi effetti di questo delega si sono visti in occasione delle celebrazioni del 4 novembre del 2009, "giornata delle forze armate", quando ufficiali delle varie armi furono mandati nelle scuole superiori per raccontare la "vittoria" nella prima guerra mondiale. Non storici o esperti capaci di aiutare i ragazzi a riflettere su "l'inutile strage", come Benedetto XV defini la "grande guerra", aiutandoli a interrogarsi sulle alternative alla guerra "quale mezzo di risoluzione delle controversie" – come vuole la nostra Costituzione - ma proprio i militari che festeggiano se stessi in questa ricorrenza, imposta dal regime fascista e mai più messa in discussione.
Ma, come ai tempi di don Milani, questo non fa "scandalo", fanno "scandalo" invece le posizioni di qualche insegante che, in piena coscienza, rifiuta di accompagnare la propria classe alle celebrazioni del 4 novembre, subendo per ciò le accuse della stampa e dei...carabinieri. E' quanto successo in Sardegna, per il 4 novembre del 2010 , come riportato dal quotidiano l'Unione Sarda del 20 novembre: "La lezione della professoressa di Lettere delle scuole medie di Villasalto, Stefania Coda, è pacifista. Anzi, anti-militarista. «Nella storia, gli eserciti hanno portato soltanto morte e le guerre sono sempre state conquista di territori e risorse. Missione di pace o guerra umanitaria sono ossimori». E quindi la docente ha deciso di non accompagnare una delle sue due classi alla messa e alla cerimonia in ricordo dei Caduti in guerra, lo scorso 4 novembre, festa delle Forze Armate. Invece, ha portato ai ragazzi documenti su posizioni decisamente e diversamente schierate. Titolo: soldati e ufficiali diventino un ricordo del passato . Conclusione: il 4 novembre non è una festa ma un lutto, non esistono guerre giuste e umanitarie, no alle missioni militari .(...) Sicuramente il capitano Lo Iacono inoltrerà un rapporto alla Procura: «Potrebbe ipotizzarsi - spiega l'ufficiale dei carabinieri - il reato di vilipendio delle Forze Armate, articolo 290 del Codice penale». Perché nel documento letto dalla professoressa Coda si elencavano alcuni episodi della storia d'Italia che non compaiono sui libri di scuola: la costruzione dei lager in Libia, l'utilizzo di armi chimiche in Etiopia nel 1935-36, la deportazione di migliaia di libici, l'edificazione di carceri in Somalia tra i più disumani".
Dall'articolo non è dato sapere se i libri di storia "negazionisti" sulle atrocità commesse dall'esercito italiano in giro per il mondo, documentati dalla la storiografia internazionale, siano quelli letti dal capitato o dal giornalista, o da entrambi...

"sinergia sempre più sospinta..."
Di certo non sono i libri che leggevano i ragazzi di Barbiana, già nei primi anni '60, con il loro maestro Lorenzo Milani, il quale aveva assolutamente chiaro che l'obbligo morale per un educatore era di "demistificare" le narrazioni del potere perchè (come scriveva nella sua autodifesa al processo per "apologia di reato", per aver difeso pubblivamente gli obiettori di coscienza in carcere): "La scuola siede tra passato e futuro e deve averli presenti entrambi. E' l'arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare il loro senso della legalità, dall'altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico".
Anche il ministro (ex?) fascista La Russa vuole formare “il senso politico” dei ragazzi, anzi d'ntesa con la sua collega Gelmini, vuole allenarli "per la vita", come recita il nome del progetto frutto del "protocollo d'intesa tra il Comando militare dell'esercito "Lombardia" e l'Ufficio scolastico provinciale per la Lombardia", a partire dal "documento di indirizzo del Ministero dell'istruzione per la sperimentazione dell'insegnamento di "Cittadinanza e Costituzione"...
Per ribadire con più precisione che questa intesa è un tassello all'interno di una collaborazione strategica tra scuola ed esercito, nell'opuscolo informativo sul progetto "allenati alla vita" distribuito nelle scuole, si legge: "Tale iniziativa è supportata dalla sinergia tra il Ministero della Pubblica Istruzione e il Ministero della Difesa che viene sempre di più sospinta dal Ministro Gelmini e dal Ministro La Russa"

Analisi di una proposta "formativa"
Il libretto di presentazione del progeto "allenati alla vita"- distribuito con i loghi di Regione Lombardia, Comando Militare Esercito Lombardia, UNUCI e Ufficio Scolastico Regionale - prodotto su sfondo mimetico e con gran corredo di foto di militari in azione "formativa" e di ragazzi in tuta mimetica, fa di tutto per non essere equivoco sui contenuti educativi. Vediamo.
La gestione del progetto è in mano all'UNUCI (unione nazionale ufficiali in congedo) il cui personale è così presentato: "personale in congedo e della Riserva che spesso ha preso parte in missioni all'estero, e ha recentemente effettuato periodi di richiamo presso i reparti dell'Esercito Italiano". Questo personale "esperto nelle diverse discipline" svolge gli "incontri addestrativi" su dieci temi, di cui otto portano questi titoli: "cultura militare; difesa nucleare, batteriologica e chimica; trasmissioni; armi e tiro; mezzi dell'esercito; superamento ostacoli; sopravvivenza in ambienti ostili". Di attinenti, in qualche modo, all'insegnamento di "Cittadinanza e Costituzione", citato nel protocollo d'intesa, rimane, a voler essere generosi, "topografia ed orientamento" e poi "diritto costituzionale". Tema che, come per il 4 novembre, non viene affidato ad esperti giuristi ma ai militari reduci da quelle missioni guerra, "ripudiate" dalla Costituzione...
La gara finale, nella quale i ragazzi dovranno mettere in atto "tutte le tematiche che vengono trattate durante gli incontri Esercito-Scuola", si configura come una vera e propria esercitazione para-militare: "i cadetti verranno suddivisi in squadre da quattro elementi...le prove che le pattuglie dovranno affrontare sono strutturate come simulazioni...inerenti allo svolgimento della missione...".

Rimpallo e sospensione
Dopo che "Famiglia Cristiana" e poi, man mano, "il manifesto" ed altre testate hanno cominciato a far emergere il progetto "formativo" che stava prendendo il via in Lombardia, con il coinvolgimento di cira 800 studenti distribuiti in 38 scuole secondarie superiori (e ciò ha portato anche ad alcune interrogazioni parlamentari) c'è stato uno scarico di responsabilità da parte del Ministero dell'Istruzione, il quale in una nota ha affermato che Gelmini e La Russa "non erano presenti alla firma del protocollo d'intesa"...! Poi, sull'onda delle proteste studentesche, unite nello slogan "make school, not war" (fate la scuola, non la guerra), da parte dell'UNUCI è stata annunciata, con un comunicato stampa, la "sospensione" unilaterale del progetto. Ma oggi sull'home page del sito di questa organizzazione, "gli incontri Esercito – Scuola Allenarsi alla vita" continuano ad essere ben evidenziati, mentre non ce n'è traccia sul sito dell Ufficio Scolastico Regionale, nè nella sezione dedicata a "Cittadinanza e Costituzione" , nè in quella relativa ai "protocolli d'intesa...Forse, per una volta, un senso salutare di vergogna ha prevalso.
Ciò che è certo, è che di fronte a questo rigurgito di militarismo che si fa spazio con prepotenza nelle istituzioni educative, è necessario recuperare una forte cultura pedagogica che abbia ben chiaro sia il tema generale dell'educazione come argine alla cultuta di guerra, sia quello dell'educazione nonviolenta come responsabilità fondamentale dell'educatore. A patire dal principio dall'obiezione di coscienza. Una cultura che riscopra il pensiero degli ducatori italiani di nonviolenza, don Milani a Danilo Dolci a Gianni Rodari...e che con Aldo Capitini, abbia la forza di porsi e porre una domanda fondamentale: "Una società chiusa ha il diritto di produrre una scuola a sè conforme?".

giovedì 6 gennaio 2011

il 7 gennaio e l'Unità d'Italia

lettera a Marino Sinibaldi, direttore di Radio3rai

Gentile Direttore di Radio 3,
Marino Sinibaldi,

le scrivo da questa bella e accogliente città di Reggio Emilia, già tutta imbandierata e vestita a festa per accogliere il Presidente della Repubblica che domani, dalla Sala del Tricolore, aprendo le celebrazioni del 241° anniversario del Primo Tricolore, avvierà le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità di Italia.
Il tema del'Unità d'Italia è tema cruciale e più che mai d'attualità, per cui bisogna fare in modo che queste celebrazioni, che saranno lunghe un anno, non diventino un susseguirsi di iniziative centrate sulla retorica dell'Unità – di cui non abbiamo affatto bisogno – ma uno stimolo a declinare al presente gli elementi di unità e di disgregazione del nostro Paese.
In questo senso, quello del ragionare sull'unità fuori dalla retorica, credo che ci possa aiutare far sì che il Tricolore non oscuri nella memoria collettiva l'anniversario di un 7 gennaio più recente: quello dello scorso anno a Rosarno. Quando, per la prima volta in Italia, fu avviata una spaventosa caccia all'uomo nero che si è conclusa con la deportazione da quella cittdina calabrese di tutti i migranti provenienti dall'Africa. Credo anzi che, quanto più riusciamo a capire in profondità, ad un anno di distanza, quei fatti – in verità poco citati dai rotocalchi tra gli avvenimenti importanti del 2010 - tanto più possiamo capire qual è il senso dell'Unità oggi, simboleggiata appunto dal Tricolore. Non a caso "The Guardian" scrisse quache giorno dopo quegli avvenimenti (il 10 gennaio del 2010) "L'Italia è un paese unito dal razzismo". E temo che "The Guardian" avesse colto solo una parte del complesso di questioni emerse anche dai fatti di Rosarno, dove il razzismo si è saldato alla 'ndrangheta nella persecuzione di quegli africani che avevano osato, ancora una volta, ribellarsi alla legge dell'omertà e alla continua sopportazione dei soprusi.
Ecco, il razzismo lievitato grazie alle nuove leggi razziali e alla vera e propria pedagogia razzista diffusa da oltre un ventennio, prima nei confronti dei migranti del Sud italia e oggi trasferita sui migranti di altri Sud del mondo, è tracimato ampiamente al di sotto del Po. E le mafie, da fenomeno "regionale", per quanto da sempre coccolate dai "poteri forti" nazionali e internazionali, hanno da tempo avviato un processo di "colonizzazione" del resto del paese che le ha portate ad essere oggi stabilmente insediate anche al di sopra del Po. Razzismo e mafie rischiano così di rappresentare, al di sotto di ogni velo retorico, il vero e più saldo collante unitario della nostra Patria.
Allora, a cominciare da questo doppio anniversario del 7 gennaio, è possibile utilizzare l'anno del 150° per rendercene conto sul serio e cominciare a ri/costruire l'Unità del paese su nuove basi?
Per esempio, su quelle basi che ha voluto gettare Aldo Capitini nella prima "Marcia per la pace e la riconciliazione dei popoli", di cui in questo 2011 cade, il 24 settembre, il 50° anniversario. Marcia che va avanti da mezzo secolo, avendo fatto camminare da Perugia ad Assisi alcune generazioni di italiani, provenienti da tutti gli angoli del Paese, ma accomunati dalla promozione di valori altri, a partire dai quali tenere insieme la nostra Patria. Credo, quindi, che sarebbe importante inserire anche questo anniversario nel circuito delle manifestazioni centrali da seguire con attenzione in questo anno di celebrazioni per l'Unità d'Italia.
Consapevole della sua attenzione – e della Rete che dirige - a queste questioni, verrò a seguire domani la diretta radiofonica della vostra bella trasmissione "Fahrenheit" al Teatro "Cavallerizza" di Reggio Emilia.
Un cordiale saluto

Pasquale Pugliese

componente del direttivo nazionale del Movimento Nonviolento
e della Scuola di Pace di Reggio Emilia