domenica 11 dicembre 2011

Perchè le spese militari sono un tabù?

Qualche risposta rileggendo un testo di Ekkehart Krippendorff sull'istituzione militare
 
Perchè, pur in un momento di crisi e di ossessiva invocazione del rigore nel bilancio dello Stato, non si tagliano le spese militari? Perchè, nonstante i drammatici tagli alla spesa pubblica imposti dal governo, solo flebili voci – per lo più extraparlamentari e marginali – chiedono una stretta a queste folli spese di morte che pre/vedono dei costi abnormi? Perchè, per la stragande maggioranza di forze politiche, sindacali, mediatiche non è assurda la crescita di questo unico capitolo di spesa pubblica, ma è assurda la richiesta che venga tagliato? Talmente assurda che non si pongono neanche il problema?

Ho trovato le risposte più convincenti a queste insistenti domande rileggendo alcune pagine del politologo tedesco Ekkehart Krippendorff ne "L'arte di non essere governati" (del 1999, ma pubblicato in italiano nel 2003), in particolare il capitolo "Critica dell'istituzione militare".
Riportiamone qualche brano:

"L'unica istituzione comune a tutti gli Stati è quella degli esperti in uniforme, accasermati, equipaggiati con le armi di volta in volta più moderne e conseguentemente addestrati all'applicazione della violenza fisica: i militari. Esistono Stati con o senza partiti, parlamenti, costituzioni scritte, tribunali indipendenti, con o senza presidenti, banche centrali, chiese di Stato, moneta propria, lingue nazionali e così via, ma tutti hanno le forze armate.
Globalmente considerati, tutti gli Stati spendono per le forze armate più che per l'educazione e la salute dei loro cittadini. Le forze armate sono il maggiore datore di lavoro in assoluto; i danni ambientali direttamente e indirettamente provocati dalle forze armate sono superiori a quelli provocati da ciascuna singola industria.Nel ventesimo secolo il numero di rovesciamenti violenti di singoli governi dovuti all'intevento delle forze armate supera quello causato da ribellioni politiche o rivoluzioni. Sono le forze armate ad aver scritto, come afferma Eric Hobsbawm nel suo bilancio del secolo passato << il capitolo più nero nella storia occidentale delle torture e del controterrore >>.
Dall'altro lato, proprio questa istituzione con le sue guerre, di cui soltanto nell'ultimo secolo sono cadute vittime milioni e milioni di persone, per tacere del numero molto più grande delle persone cacciate dalla loro terra e di quelle ridotte alla fame dalla conseguenze della guerra, riceve da parte delle scienze sociali un'attenzione relativamente modesta, e nella stampa e nell'opinione pubblica l'istituzione militare viene trattata solo come uno dei tanti temi.
L'istituzione militare non viene però vista come uno dei tanti organi dello Stato, bensì come quello addirittura più ovvio tra di essi. La maggior parte delle persone, quasi indipendentemente dalla loro provenienza culturale, sono in grado di immaginarsi tanto poco uno Stato senza forze armate quanto uno Stato senza bandiera o sedi del governo. Proprio per questo, pare, le forze armate sono così di rado oggetto di dibattito scientifico o pubblico. Si noti bene: l'istituzione e non le rispettive forze armate in concreto, che finiscono continuamente sulla "linea del fuoco" delle controversie politiche in quanto fattore di potere, sia come voce del bilancio pubblico, o ancora sotto l'aspetto dell'ottemperamento o meno dei loro compiti istituzionali"

In realtà, in Italia, sono sottratte al dibattito pubblico le forze armate tout-court, sia come istituzione che come esercito "concreto". Non sono mai al centro di "controversie politiche", neanche in riferimento al bilancio dello Stato. Anzi, per la prima volta nella Storia repubblicana un ammiraglio in servizio viene nominato Ministro della Difesa – controllore e controllato in una persona sola - senza che nessuno batta un ciglio. Il confronto politico si è aperto perfino rispetto alla Chiesa cattolica e alle tasse non pagate per gli immobili, ma si evita accuratamente di occuparsi di spese per esercito e armamenti. Dunque il radicamento dell'ovvietà delle forze armate, nel nostro Paese, risiede ancora più nel profondo.
Proseguiamo la lettura:

"Ma già a questo punto si affollano le domande poste così di rado e a cui ancor più raramente viene data una chiara risposta: qual è la funzione dei militari? E' possibile coglierne e spiegarne l'essenza ricorrendo alla loro "funzione"? (...)
Per capire perchè l'istituzione militare sembri costituire una componente così ovvia dello Stato, quasi come un inno nazionale, un apparato fiscale o la polizia, perchè l'idea pura e semplice di uno Stato senza portatori di uniforme sia per la classe politica di qualsiasi colore tanto insopportabile e impensabile quanto, ad esempio, quella di un papa che dubiti della paternità divina di Gesù Cristo o dell'Immacolata concezione; perchè i rappresentanti politici senza le loro forze armate si sentano, per così dire, come se fossero nudi; insomma per cogliere la dimensione profonda di questo bisogno di sicurezza, è sufficiente, per cominciare, elencare i rituali militari mediante i quali gli Stati manifestano e testimoniano il loro reciproco rispetto: compagnie d'onore, sciabole guizzanti, bande militari, che fanno della più civile delle melodie una marcia ritmata e marziale, fucili con baionette lucide e appuntite, in basso punte di stivali allineate con il righello e in alto volti irrigiditi, addestrati a non mostrare nessuno stato d'animo, nessun sentimento umano, in modo che non possano distinguersi da macchine ubbidienti a qualsivoglia comando, occasionalmente lo sparo di salve di saluto e la parata al passo dell'oca."

Si badi che Krippendorff non parla di rituali antichi e dimenticati, ma delle rinnovate parate militari che, in Italia, per esempio, oltre a "festeggiare" il 4 novembre - giornata che dovrebbe essere piuttosto di lutto a memoria, non retorica, delle vittime di tutte le guerre – si sono espanse anche al 2 giugno, Festa della Repubblica, che viene celebrata al passo dell'oca e con lo sfoggio di tutti gli osceni strumenti di morte, come se solo le foze armate rappresentassero degnamente la Patria.
Ancora:

"Questi rituali sono i resti reali e simbolici di quella prassi, caratteristica dell'epoca dell'assolutismo, mediante cui i dominatori facevano sfilare davanti ai loro ospiti i propri giocattoli da guerra allo scopo di mettere chiaramente in vista la potenza e le proprie capacità, che si trattasse di dissuasione o di intimidazione. In quella società di lupi dei giochi dinastici a somma nulla ognuno doveva aver paura di ogni altro ed essere in grado di minacciarlo per poter sopravvivere, oppure per restare (politicamente) in vita. Le parate e le dimostrazioni militari erano – e sono ancora! - espressione del timore di perdere i propri privilegi, la propria posizione, il trono. Esse lanciavano, e lanciano, però, anche un messaggio diretto verso la base: << Io sono il tuo Stato, il tuo signore, tu mi dovresti temere e amare e non avere alcun altro signore oltre a me, e se sei disubbidiente, vedi allora quale potente macchina, che sta ai miei comandi, è in grado di
sopraffarti >>. Infine i dominatori con le loro parate fanno coraggio a se stessi, per loro il passo di marcia di disciplinati soldati, il silenzio alla luce delle fiaccole, le marcette e gli uomini in uniforme rappresentano orgasmi sia acustici che visivi del potere"

Questi rituali militari, "orgasmi del potere", risalgono all'epoca dell'assolutismo degli Stati moderni. Eppure, spiega Krippendorff, non è li che si trova l'origine della simbiosi tra Stato ed esercito, essa si forma ancora prima nel tempo, nel momento di passaggio tra il feudalesimo e l'epoca moderna. Gli stessi Stati moderni vennero creati da dinastie che avevano bisogno di fornire una "sistemazione durevole e sicura ai loro eserciti, ai quali soltanto dovevano il loro potere". In quella fase fondativa non è "la guerra la continuazione della politica con altri mezzi", secondo la definizione fornitane da Clausewitz, ma, al contrario avviene la fondazione della politica moderna come "continuazione della guerra con altri mezzi" Non a caso Niccolò Macchiavelli, padre della scienza politica moderna, fu anche uno stratega militare che guidò i fiorentini all'assedio di Pisa.
Seguiamo il ragionamento di Krippendorff:

"La politica come continuazione della guerra con altri mezzi, il suo ruolo in quanto sguattera dell'autoconsapevoleza militare dei nuovi Stati, le cui strutture erano state sviluppate e finalizzate a soddisfare le necessità degli eserciti permanenti: dalla fortificazione delle città attaverso la costruzione di strade fino al sistema fiscale, dall'orgaznizzazione cameralistico-mercantilistica della produzione nelle manifatture per i fanbbisogni dell'esercito fino al censimento amministrativo della popolazione a scopo di reclutamento, dalle dottrine della virtù politica e dai codici militari fino all'edificazione strategica di castelli e palazzi posti nel centro delle libere città, dalla simbologia consistente nel fatto che il re indossava la stessa uniforme dei suoi ufficiali e soldati – essi infatti personificavano lo Stato, erano lo Stato – fino alle bandiere e agli emblemi del dominio (per lo più aquile e leoni), nei confronti dei quali ora il cittadino si doveva mostrare reverente e attraverso i quali poteva definirsi un senso statale e nazionale. Da tutti questi elementi, trasformatisi più volte, adattatisi alle mutate condizioni sociali, attraverso un processo di socializzazione, in parte a mezzo di indottrinamento sistematico (scuola, servizio militare obbligatorio), in parte mediante mutuo esercizio, le forze armate in quanto istituzione e la dimensione militare quale forma di pensiero divennero parte integrante della cultura e della statalità europea. (...)
[l'istituzione e la dimensione militare] Sono parte integrante della nostra cultura, dalla musica all'architettura fino alla letteratura, costituendo quindi anche lo sfondo, per lo più del tutto inconsapevole, del nostro modo di immaginare l'ordine e la sicurezza. Ogni critica elementare di questa istituzione va quindi a cozzare contro strati profondi, consapevolmente coltivati dalla tradizione e cresciuti attraverso secoli di statualità moderna, che si sottraggono ad argomentazioni razionali, funzionali, o che sono difficilmentre raggiungibili dalla critica stessa".

Per cui, continua Krippendorff, "uniformazione, accasermamento e legittimazione a scopo strategico di dominio dell'istituzione militare costituiscono la spina dorsale e le raison d'etre della statalità moderna". (...) L'istituzione militare si è trasformata nel cancro di tutte le società, assorbe risorse materiali e intellettuali a discapito del bilancio statale per la salute, l'istruzione e la cultura, si nutre e si riproduce a spese della società civile che deve poi assumersi anche i costi dei danni provocati ogniqualvolta l'istituzione militare entra in azione uscendo dal suo stato di quescienza"

La società civile paga dunque due volte, la prima quando – in tempi ordinari - alimenta le voraci casse di eserciti e armamenti, sottraendo risorse a tutti gli altri settori pubblici; la seconda nella ricostruzione del tessuto civile dopo che – nei tempi speciali – l'esercito è entrato in azione. Ciò riguarda sia l'azione che si rivolge verso l'esterno, con le guerre, quanto quella che si rivolge verso l'interno dello Stato con, appunto, i "colpi di stato" ("in due terzi degli Stati attuali sono i militari a comandare direttamente o indirettamente, e la politica economica e sociale si basa sul riconoscimento del primato dei privilegi militari"). Oggi, in Italia, il tempo ordinaro e il tempo speciale sono intrecciati e sovrapposti, con vent'anni di partecipazione consecutiva a guerre in giro per il mondo, che legittimano ancora di più la necessità di risorse economiche e di costosi armamenti, e la percezione di pace e "sicurezza" diffusa retoricamente all'interno del Paese.

Che fare per liberarsi di questo cancro?
Poiché il problema ha radici profonde, culturalmente stratificate, la risposta, secondo Krippendorff, deve svolgersi allo stesso livelo di profondità e dunque proprio sul piano culturale, nelle sue differenti declinazioni: storica, di genere, scientifica e, infine, politica.
Storica: "il primo passo in direzione di un capovolgimento dei valori da parte della critica dell'istituzione militare consiste nello scrivere e leggere la storia, e sopratutto quella dell'epoca moderna, sotto l'aspetto del ruolo in essa giocato dalla violenza organizzata dallo Stato e dai suoi risultati sia socio-politici che cultural-ideologici. E' la storia di una malattia sociale, la storia di una patologia".
Di genere: "Sono uomini quelli che si sono organizzati in strutture militari, che difendono i loro privilegi nella forma di valori e orizzonti di senso militari e cercano di legittimare il loro potere attraverso la guerra. La critica dell'istituzione militare trapassa in critica del patriarcato".
Scientifica: "E' una via abbastanza diretta quella che collega la scienza naturale dei primordi dell'età moderna disposta alla violenza e l'istituzione militare quale asse portante dello Stato moderno. Alla base di ambedue queste manifestazioni della modernità sta la violenza come metodo; la scienza moderna e l'istituzione militare sono due delle sue forme di manifestazione, e entrambe hanno provocato effetti catastrofici. Esemplare al riguardo è la collaborazione tra di esse nello sviluppo della prima bomba atomica".
Politica: "In quanto le forze armate, a partire dal diciassettesimo secolo, hanno pervaso la società politica, plasmandola e orientandola nel proprio senso, esse hanno segnato il discorso sulla politica ormai "statalizzata", sulle dottrine della virtù politica e sugli ideali di possibili atteggiamenti sociali.(...) La famosa definizione di Clausewitz, secondo cui la guerra sarebbe la continuazione della politica con altri mezzi, non fa che tirare le conseguenze implicite nella tradizione macchiavellica, le conseguenze dell'aver definito la politica come la prosecuzione della guerra con altri mezzi diversi rispetto a quelli militari, cioè di aver pensato sempre politica e dimensione militare come un tutt'uno".

Su tutti questi piani deve oggi svolgersi il "compito secolare" indirizzato in primo luogo all'opinione pubblica, da promuovere in maniera scientifica: "caratterizzare le forze armate per quello che esse sono oggettivamente e di fatto: l'istituzione più pericolosa e più avversa alla vita, e a un tempo la più dispendiosa, che sia mai stata inventata".

Dunque, mi pare che sia tempo di non disperdere le energie e di mettersi al lavoro per promuovere un significativo e necessario disarmo culturale se vorremo ottenere, in un tempo ragionevole, ma misurabile sul piano della storia, un significativo e necessario disarmo militare, che pre/veda anche il taglio delle spese militari.

domenica 27 novembre 2011

Agire e studiare, con sacrificio e costanza

Le prime azioni dirette nonviolente in Italia.
 
Intervista a Pietro Pinna, cofondatore con Aldo Capitini del Movimento Monviolento,
fatta qualche anno fa e ancora oggi di grande attualità.
Pubblicata su "Azione nonviolenta", luglio 2004
 
Buon giorno Pietro, ci racconti come nacque l’idea di costituire un Gan?
L’idea, direi l’esigenza del GAN, nacque dall’insoddisfacente attività cui il Movimento Nonviolento veniva dedicandosi all’interno della Consulta Italiana per la Pace, la federazione delle diverse associazioni pacifiste che Capitini aveva istituita dopo l’effettuazione della Marcia della Pace Perugia-Assisi del ’61 per dare continuità alla loro occasionale collaborazione in quella iniziativa. Per due anni consecutivi noi del Movimento ci eravamo trovati esclusivamente occupati nel lavoro per la Consulta – di cui Capitini era presidente – a tutto scapito dello sviluppo del Movimento in sé ancora del tutto in erba, essendo stato costituito in concomitanza della nascita della Consulta.
Come funzionava la consulta?
La sua attività consisteva nella riproposizione di marce della pace a dimensione regionale, convegni di studio, produzione di documenti e di un periodico mensile. Le marce si riducevano a poco più che a semplici occasioni transitorie per i partecipanti di dare voce collettiva ai loro sentimenti e auspici per la pace; i documenti non concludevano che nella esortazione ai governanti affinché vi provvedessero di dovere. Tutta un’attività che finiva per risultare di una irrilevante ed effimera portata nella sua genericità pacifista, di nessuna incidenza sul piano politico istituzionale; e capite, tanto più insignificante per noi poiché avulsa dalla specifica istanza antimilitarista, di pacifismo assoluto del Movimento Nonviolento, che nel suo statuto diceva essere costituito da pacifisti integrali che rifiutano in ogni caso la guerra, il terrorismo e la tortura. La vita della Consulta, d’altro canto, era soggetta al soverchiante condizionamento ideologico e organizzativo del Comitato Italiano della Pace – ex Partigiani della Pace di dominanza del Partito Comunista -, a fronte delle altre ben più deboli componenti federate. Insomma, risultò alfine indispensabile per il Movimento Nonviolento di dare avvio in proprio ad una sua specifica attività, se voleva acquisire un’esperienza ed una forza in grado di sufficientemente pesare nella più incisiva qualificazione delle iniziative della Consulta. Nacque il Movimento e nacque la rivista “Azione nonviolenta”…
Ciò avvenne verso la fine del ’63. Al termine di un Seminario di 10 giorni che tenemmo sulle Tecniche della Nonviolenza, rimanemmo ancora riuniti alcune ore tra una dozzina di amici per discutere del possibile avvio di un’attività organizzata del Movimento. Due elementari esigenze ponemmo alla base dell’eventuale programma: il chiarimento e la diffusione dell’idea nonviolenta –allora misconosciuta per non dire avversata - , e un corrispondente impegno ad una sua pur minima esplicazione pratica. Le due cose dovevano procedere congiuntamente: non la sola teoria, che se non tradotta in atto risulta essere mera astrazione; non azione soltanto, poiché se cieca di idee chiare e definite, finisce per risultare inconcludente. Rispetto al primo punto, decidemmo in questo modo. Fino a quella data l’unico mezzo di collegamento del Movimento era costituito da un ciclostilato di 4 pagine spedito mensilmente ad un centinaio di supposti simpatizzanti – il Movimento non disponeva ancora di aderenti iscritti. Venne deciso di passare da quel ciclostilato ad un giornaletto a stampa; dopo aver avuto assicurata dagli stessi presenti alla riunione la disponibilità finanziaria per l’uscita di almeno tre numeri mensili, Capitini ed io ci assumemmo l’incarico di curarne la pubblicazione, che uscì col titolo “Azione nonviolenta”.
Quindi il nome della rivista in qualche modo deriva dal fatto che avevate deciso di occuparvi prioritariamente dell’azione…
Non prioritariamente, ma come ho già detto, di pari passo con l’elaborazione e la diffusione delle idee: “Azione nonviolenta” per il dibattito delle idee e l’informazione sulle iniziative, ma subito affiancata dall’azione, dalla loro messa in atto. Una volta Capitini ebbe a scrivere, in relazione all’apparire in Italia del primo episodio di obiezione di coscienza politica: “Ci voleva il sorgere del caso concreto di rifiuto per dare a quell’atto tanta risonanza da far conoscere in Italia meglio di tanti discorsi e libri che cos’è l’obiezione di coscienza”. Quanto alla nascita del GAN, in quella medesima riunione non facemmo altro che chiedere di alzare la mano a chi intendesse partecipare ad un gruppo di azione – senza peraltro saper nulla ancora di che cosa comportasse quell’idea. Quattro giovani comunque vi assentirono, io ne assunsi la coordinazione, e all’istante concordammo di fare una prima riunione alla fine della settimana successiva, dove battezzammo il gruppo col nome appunto di Gruppo di Azione Diretta Nonviolenta, da cui la sigla GAN.
A quale tema pensaste di applicarvi?
Fu quello dell’obiezione di coscienza. Ci venne in via naturale di pensarlo, perché ci apparteneva personalmente. Io ero stato obiettore, altri nel gruppo si apprestavano a divenirlo. Il punto di forza della nostra dedizione all’azione, era che non si trattava di un ideale astratto o di una realtà lontana da noi, ma che riguardava la nostra stessa vita. Quel tema ci offriva inoltre la possibilità di dibattere la questione, strettamente pertinente all’impegno del Movimento, dell’opposizione alla preparazione della guerra, la cui minaccia in quegli anni era particolarmente avvertita dall’intera opinione pubblica sotto l’incubo di un possibile conflitto atomico.
Quale era il vostro obiettivo immediato?
Il nostro proposito era quello di sensibilizzare la comune opinione pubblica al problema appunto dell’obiezione di coscienza, con un contatto diretto attraverso manifestazioni di piazza. Il dibattito sul tema si era acceso nell’ambiente politico e intellettuale fin dal sorgere del primo caso di obiezione politica, nel 1949, ma poi era venuto stagnando. Singoli parlamentari avevano, sì, presentato dei progetti di legge in proposito, mai però discussi in Parlamento. Gli obiettori continuavano così a venir processati, con condanne al carcere tra l’altro assurdamente reiterate al medesimo obiettore. Noi intendevamo contribuire ad animare un movimento di pressione dal basso che inducesse alfine il nostro paese, perlomeno, al conseguimento democratico del riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza come da tempo vigeva in altri Stati.
Come vi formaste all’azione? Preparaste il lavoro?
Noi cinque eravamo all’inizio semplici conoscenti occasionali. Tenemmo perciò delle riunioni preparatorie per meglio conoscerci e affiatarci tra noi, per convenire su alcuni basilari principi e modalità d’azione della nonviolenza, oltreché impadronirci al meglio della storia e delle ragioni dell’obiezione di coscienza. Con l’ausilio di un amico avvocato esaminammo altresì le disposizioni di legge che regolavano le manifestazioni di piazza. Infine, dopo esserci bene accordati sulla disciplina nonviolenta da tenere al riguardo, elaborammo e predisponemmo con cura il materiale occorrente. Merita che vi sottolinei un dato, circa queste preliminari riunioni. Ci ritrovavamo puntualmente, ogni successivo fine settimana, provenendo ciascuno da diverse città. Già questo fatto, che comportava sacrificio di denaro e di tempo sottratti alla vacanza settimanale, veniva a testimoniare e a corroborare in partenza la serietà dell’impegno. Sacrificio e costanza, due elementi essenziali della nonviolenza. E vorrei anche sollecitarvi qui ad un altro impegno da prendere sul serio. Capita spesso di constatare come l’amico che pur ci dice del suo entusiasmo per la lettura di un buon libro di comune conoscenza, lo abbia però letto una volta sola. Ma cosa gli è rimasto, dello spirito e del contenuto di quel libro, alla sua prima lettura? È stato detto che un libro che non si legge una seconda volta, non valeva la pena di leggerlo la prima volta. Ricordo che Capitini, al quale veniva rimproverato da taluni suoi lettori di risultare un po’ troppo difficile in certi passaggi dei suoi scritti, rispose che talora lo faceva di proposito affinché il lettore si soffermasse sulla pagina con più attenzione e riflessione. E ricordo pure che noi del GAN inserivamo talvolta nei nostri cartelli e volantini una espressione inusuale e curiosa che veniva ad attrarre e a concentrare l’occhio del lettore sull’intero testo. Ho detto tutto ciò affinché anche voi, avendo per mano i libri sulla nonviolenza, non vi fermiate a scorrerli una volta sola, ma torniate a rileggerli due, tre, cinque volte, ogni volta capendo meglio e traendone sempre più ispirazione. Noi del GAN, ad esempio, venivamo alle riunioni preparatorie dopo esserci letto e riletto, per dirne uno, l’opuscoletto di Capitini “Teoria della nonviolenza”.
Vedi che un po’ lo stiamo già facendo, col libro che abbiamo in mano. E’ difficile far passare il messaggio che le cose vanno preparate con cura.
Sì, per il fatto che in tutti noi c’è una immediata tendenza, com’è nelle cose della natura, ad affrontarle col minimo sforzo. Siamo in tal modo sguarniti, all’inizio, del di più necessario a superarne le possibili asperità. Questo di più è la necessaria preparazione, se vogliamo poi venire adeguatamente a capo delle cose. A fare un buon soldato – diceva Gandhi nelle sue istruzioni alla preparazione nonviolenta – occorre un congruo addestramento; così doveva essere per un buon nonviolento, preparato con cura sul piano dottrinale, psicologico e fisico.
Come avete acquisito le modalità delle vostre azioni? Le avete apprese da qualcuno o le avete acquisite col tempo?
Sono venute da sé, spontaneamente e gradualmente. Non conoscevamo allora nessun testo che istruisse sull’azione diretta. Tuttavia, pur privi della conoscenza di tecniche specifiche, il nostro stile di manifestazione venne a maturare direi naturalmente, in concordanza dell’animo col principio nonviolento che ci ispirava e ci accomunava.
Quindi l’azione nonviolenta non è solo un insieme di tecniche ma richiede un legame tra interiorità ed esteriorità…
È l’animo, il tuo intimo di persuaso della nonviolenza che essenzialmente e preliminarmente conta – la persuasione intima della madre nei suoi rapporti con il figlio, che le detta spontaneamente il comportamento tecnico adeguato. Le tecniche senza la persuasione intima risultano di scarso valore, imperfette nell’esecuzione e di effimera portata nel successivo rapporto complessivo. Una volta ebbi una fugace occasione di accennarne con Gene Sharp, considerato il massimo studioso dell’azione diretta. Suppongo che conosciate la sua prestigiosa opera intitolata “La politica dell’azione nonviolenta”. Ebbene, non so se abbiate rilevato che egli vi viene ad intendere per nonviolenza la semplice aviolenza, ossia l’esclusiva applicazione pragmatica – non di principio – di tecniche aliene dalla violenza. Al fine di metterne in luce l’indubbio valore, Sharp non ne considera però anche i limiti, escludendo dal prendere in considerazione l’importanza sia del principio etico sia del complessivo metodo d’azione della nonviolenza. Certamente, come egli ci scopre e illustra assai bene, sono avvenute numerose azioni storiche che hanno raggiunto il loro momentaneo obiettivo senza un dichiarato impegno alla nonviolenza. Si potrebbe però osservare, all’inverso, che altrettante e più azioni semplicemente aviolente sono degenerate e finite per abortire. Ma – vedete – decisivamente importante è considerare non tanto la riuscita della singola momentanea azione in sé, quanto il più vasto orizzonte a cui si tende. Se l’azione che attualmente intraprendo è intesa non soltanto alla soluzione del contingente momento conflittuale, ma è rivolta a stabilire un più elevato livello morale e di giustizia tra le parti in causa, la semplice aviolenza finisce per mostrare il suo fiato corto al raggiungimento di questo traguardo. Ciò ad esempio ci viene patentemente dimostrato dal pur lodevole metodo di azione della democrazia, che aviolenta all’origine ma non nutrita dalla complessiva nonviolenza, giunge a ribaltarsi nel suo esatto contrario, con l’uso della violenza fino all’estremo della guerra. Le disastrose conseguenze qui accennate stanno sotto gli occhi di tutti. Insomma – e chiudo il monologo – se sei veramente impegnato alla nonviolenza, non puoi farne a meno se vuoi farla vivere nel corpo morale del tuo agire, come nel tuo corpo fisico non puoi fare a meno che agiscano a dovere cuore e polmoni. È il sangue giornaliero del tuo essere, un suo fluire costante, non un frammentario intermittente episodio. Capitini, pur alieno com’era dal lasciarsi andare ad affermazioni categoriche, venne a scrivere una volta: “La nonviolenza non è un flirt, questo dev’essere ben chiaro”.
E invece, spesso questo non è ben chiaro, nemmeno nei movimenti che si dichiarano per la nonviolenza…
Sono movimenti che assumono soltanto la prima, seppur fondamentale, condizione della nonviolenza di principio, cioè a dire la sola astensione dalla violenza – quella posizione che abbiamo già definito col termine ad essa più propriamente consono di aviolenza. Manca in quei movimenti l’assunzione delle altre congiunte condizioni che rendono la nonviolenza veramente e compiutamente efficace. Poiché la distinzione tra le due posizioni è di cruciale importanza, sarà bene richiamare – pur soltanto limitandoci a nominarle – queste ulteriori condizioni altrettanto essenziali: il rispetto della verità; la disponibilità costante al compromesso onorevole; la disponibilità ad assumere un proprio maggior sacrificio rispetto a quello possibilmente derivante all’anniversario dalla situazione conflittuale; la gradualità nell’impiego progressivo dei mezzi di azione, da quelli più blandi legittimi e democratici a quelli più radicali fino alla disobbedienza civile; infine – ma contemporaneo alle altre condizioni – il programma costruttivo, volto ad avviare da subito i primi possibili tratti della nuova società liberata da instaurare, che Capitini definiva la realtà dell’unità amorevole tra tutti. Quei movimenti dovrebbero finalmente arrivare a capire quanto la loro semplice aviolenza, applicata ad esempio al rifiuto della guerra, finisca per approdare – sia pur nobile ed impegnata quant’essa sia – ad una condizione del tutto sterile, di penosa assoluta scontata inconcludenza. Arrivare a capire che non questa o quella guerra va avversata, soltanto al momento ultimo del suo esplodere, ma che è l’idea della guerra in sé che va rifiutata, alla sua origine, nella mentalità e nelle corrispettive istituzioni che la mantengono in essere quale necessario mezzo estremo della vita conflittuale politica. Termino dunque questa mia perorazione dicendo che quei movimenti, se veri nonviolenti nel loro impegno pacifista, non dovrebbero tornare tranquillamente ad eclissarsi una volta terminata l’ennesima guerra, per poi soltanto rimettersi in marcia agli squilli della nuova guerra – come ci è stato di vedere e di soffrire nella serie bellica di quest’ultima dozzina d’anni; ma invece, scontato l’ennesimo scacco della loro vana tardiva protesta, rimanere in campo e subito, dal giorno dopo, trovarsi impegnati per l’abolizione qui ed ora della macchina portante della guerra, l’esercito – al cui mantenimento, ahinoi!, continuano a consentire ed a collaborare anche i partecipanti di quegli stessi movimenti.
Veniamo a noi. Se tu potessi ricominciare a fare azioni dirette nonviolente, oggi su quale campo pensi sia prioritario impegnarsi?
L’ho appena detto, quello ovvio, che per me e per l’intera umanità considero il più essenziale e urgente: il campo dell’opposizione assoluta alla guerra, ossia l’azione per il disarmo unilaterale, integrale e immediato dell’esercito. Vale a spenderci tutta una vita. Se poi volete che ne indichi un altro, altrettanto angustiante nella sua cieca tragicità quanto una vera guerra, è quello della strage quotidiana di vite umane degli incidenti automobilistici. A volte, per la morte casuale di un nostro concittadino, vediamo montare nel paese un rigurgito di emotività e di compartecipazione. Ma che invece la morte di quelle decine di persone, puntualmente, ogni giorno, sia considerata senza fiatare un dato di vita normale e quindi trascurabile, al più annotata a fine anno come mero dato statistico nel registro del dio supremo dello sviluppo – di merci e non piuttosto di valori umani – non dovrebbe sgomentare e avvilire chiunque?
Tornando al Gan, come vi muoveste concretamente?
In quegli anni, la mentalità ufficiale continuava ad essere di totale avversione all’obiezione di coscienza. Contro i nostri tentativi di parlarne in piazza, quella mentalità trovava un sostegno repressivo nei regolamenti polizieschi di pubblica sicurezza, “intruglio di fascismo e di reminiscenze borboniche”, come li definì l’allora vice-primo ministro Nenni nel nuovo governo di centro-sinistra.
Parliamo dunque del rapporto con le forze dell’ordine. Erano quelli gli anni di fatti gravi come i morti di Reggio Emilia…
Sì, infatti. Nel clima d’odio che avvelenava la vita politica di quegli anni, le manifestazioni di piazza finivano quasi sempre per degenerare in scontri cruenti con le forze di polizia. Bastava un minimo incidente, proveniente o dall’animosità e dalle intemperanze dei dimostranti o talora dalle stesse forze dell’ordine, perché la piazza si trasformasse in un campo di battaglia, con un infuriare di manganellate, caroselli, lacrimogeni e perfino, come voi accennate, fucilate omicide. Per noi del GAN, ovviamente, non si dette mai la circostanza di arrivare a quegli estremi selvaggi, dato che – a parte il freno del nostro atteggiamento nonviolento – in quattro gatti com’eravamo non facevamo massa da disperdere senza sugo con la violenza. Tuttavia, anche se non drammatici, i nostri rapporti con la polizia si presentarono fin dall’inizio di notevole difficoltà, sul piano direi mentale e nervoso. Da inesperti in materia quali eravamo, nel confronto con le questure zelantemente prone a vietarci meccanicamente le manifestazioni, il nostro iniziale puntello dirimente su cui poggiare fu il richiamo al rispetto preminente della Costituzione. Ne portavamo sempre appresso il testo e ne recitavamo a memoria gli appositi articoli: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola e ogni altro mezzo di diffusione. Per le riunioni in luogo pubblico, le autorità possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.” Poca cosa invero, a trattenere le questure dal loro zelo non propriamente democratico, al servizio piuttosto del potere autoritario che a quello dei cittadini. Sta di fatto che sin dalla prima manifestazione – come dicevo – avemmo a dover confrontarci con i loro puntuali divieti. Non potevamo ovviamente contentarcene, chiudere lì la partita e restarcene a casa: che GAN altrimenti saremmo mai stati? Così, dopo aver rispettosamente replicato alla questura di non averci messi in grado di tener debito conto del suo divieto poiché non adeguatamente motivato, l’avvisammo al contempo che di conseguenza avremmo effettuata la manifestazione come precedentemente notificatale. “Effettuazione” per modo di dire. Infatti, non appena arrivati noi in piazza, non ci eran dati che pochi minuti di saluto e di dialogo con gli agenti; tradotti in questura e lì trattenuti per diverse ore, venivamo quindi denunciati per manifestazione vietata (che non c’era stata!). La prima volta ci adeguammo di buon volere: c’era il preliminare bisogno di acquisire un’esatta conoscenza di quel modo illegale di procedere poliziesco e di fare una debita reciproca conoscenza, intanto saggiando la nostra tenuta e capacità di azione. Ma da quei primi interventi lasciatici tranquillamente reprimere sul nascere, fu necessario passare ad una qualche resistenza a quel troppo comodo modo di fare dei tutori dell’ordine.
…È la ricostruzione a posteriori di come andarono le cose o la progressione fu programmata?
No, la progressione nella maggiore radicalità della nostra azione conseguì in via necessaria da come andarono le cose – come voi dite -, così assurdamente arbitrarie da imporci il dovere di contrastarle foss’anche soltanto a tutela di un fondamentale diritto democratico, prima ancora della possibilità negataci di esprimere liberamente le nostre idee. Attuammo così un secondo stadio di azione, che venne a consentirci di rimanere e farci vedere in piazza per un sufficiente lasso di tempo prima dello scontato intervento della polizia e ne documentasse l’arbitrio sullo svolgimento della nostra legittima e più che tranquilla manifestazione. La cosa si svolgeva così. Alcuni di noi, sparsi qui e là nella piazza, cominciavano a distribuire volantini, altri ad assestare in giro dei cartelli. Questo ci dava modo di iniziare ad attrarre l’attenzione di un discreto numero di passanti e trattenerli a scambiare qualche battuta. La polizia altresì si trovava costretta ad indugiare nel suo intervento, dovendo prima riprendersi dal nostro inaspettato dispiegamento, e poi al momento dell’intimazione del fermo trovarsi alquanto imbarazzata con attorno una schiera di cittadini, fatti attoniti e riluttanti da quel suo procedere contro pacifici e rispettosi dimostranti quali noi eravamo. Poi comunque consentivamo a lasciarci andare ancora una volta alla trafila del fermo che vi ho descritto per le prime manifestazioni, soddisfatti stavolta di avervi potuto dare un minimo inizio. Ma c’era bisogno per noi di non stare più a quel gioco, così tanto scorretto. Troppo comodo e facile era per la polizia di stroncare la manifestazione sul nascere, e per noi poco utile sprecar energie, oltre che tempo e denari, a quel ridotto livello. Decidemmo pertanto di passare ad un terzo stadio di azione, che comportava la renitenza a sottostare volontariamente al fermo ingiustificato – tanto più che nel frattempo eravamo stati assolti nel primo dei processi intentatici dalla polizia.
Cosa dunque faceste? Che cosa vi accadde?
Organizzammo per una stessa giornata, e nel medesimo posto, due manifestazioni separate tra loro di alcune ore. All’inizio del mattino, ancora deserto di passanti, quattro dimostranti solitari si presentarono in piazza senza esporre alcun cartello, subito abbordati da alcuni funzionari della questura da noi preavvertita. All’accenno dei dimostranti ad iniziare la manifestazione, ecco scattare l’immancabile denuncia. La cosa venne a risultare d’una arbitrarietà talmente plateale che – per dirla in breve – quella questura ebbe a ricordarsene. Infatti nel conseguente processo, che fu ovviamente di assoluzione, il giudice non si limitò a smentirne l’operato, ponendone altresì in evidenza il ridicolo. Poche ore dopo, preavvisata la questura che saremmo comunque tornati senza tregua a manifestare nella stessa piazza di prima, un altro gruppo di dimostranti entrò in azione, nell’ora di punta del mezzogiorno, disponendosi tranquillamente a sedere sul piedistallo del monumento al centro della piazza, ed esibendo alcuni cartelli che riproducevano gli articoli della Costituzione sulla libertà di manifestazione. Furono subito attorniati da un drappello di agenti in divisa, a loro volta attorniati da un nugolo di curiosi. Gli agenti, dopo vani tentativi di farli allontanare, vi desistette: la situazione era talmente tranquilla ed attraente, che la folla non se ne dava per inteso. Addirittura una ragazza venne a sedersi accanto ai dimostranti, e contro le intimazioni degli agenti a scostarsi da lì, vi persistette dicendo che non ne vedeva il motivo da pacifica cittadina qual’era e che quei dimostranti le erano simpatici. Così il tempo passava, col comandante delle forze dell’ordine che non sapeva che fare, di fronte all’inatteso rifiuto dei dimostranti al suo ordine di sgombero, a cui essi rispondevano che vi avrebbero senz’altro aderito, non appena fossero stati loro precisati i comprovati motivi richiesti dalla Costituzione. Ricordo ancora l’episodio di una persona che si trovava in prima fila nella folla accalcata intorno, e che all’indirizzo del dimostrante che si era così espresso gridò bravo!, e sporgendo il figlioletto che reggeva sulle spalle al di sopra di quelle degli agenti lo incitò a dire: “Stringi la mano al signore”, tra uno sgorgare di applausi. Venne infine l’ordine superiore del questore di procedere al fermo con lo sgombero forzato. I dimostranti vi si erano ben preparati, sul piano fisico ed anche giuridico: abbandonarsi passivamente all’azione di sgombero non comporta per legge il reato di resistenza a pubblico ufficiale. L’inusitata operazione per i poliziotti viene a farsi alquanto complicata e psicologicamente intrigante. Ad uno ad uno i dimostranti, lasciatisi andar sdraiati inerti a terra, vengono strascinati per decine di metri al furgone di polizia ai lati della piazza, essi tranquilli e gli agenti sbuffanti, ai quali l’atteggiamento pacifico dei dimostranti e il clima altrettanto disteso e interessato che – come fosse uno spettacolo teatrale – s’era instaurato tra le centinaia di cittadini tutt’intorno, non dava appiglio alla loro più familiare e sbrigativa pratica di sgombero a base di manganellate. Da quella dimostrazione che inaugurava il terzo grado di azione con la resistenza passiva al fermo, non avemmo poi più nessun impedimento a manifestare liberamente, perlomeno da parte della questura di Milano dove essa avvenne.
A un certo punto il Gan si scioglie… perché?
Soltanto nominalmente, non nella sostanza. Già durante il periodo delle sue azioni di piazza, il GAN aveva esteso la propria attività ad altri tipi e settori di iniziativa, che non comportavano le troppo usuali complicazioni poliziesche. In tal modo si dava agio ad una più ampia partecipazione ad esse di persone e associazioni simpatizzanti, allargando così l’interesse al lavoro più generale del Movimento Nonviolento, nel cui nome quelle iniziative venivano indette: campi di lavoro-studio-addestramento alla nonviolenza, convegni, seminari sulla nonviolenza, marce, eccetera. Inframmezzate a queste, il GAN proseguiva peraltro nelle sue specifiche manifestazioni di piazza, che per la loro originalità e il positivo costrutto andavano suscitando un vivo interesse in diversi movimenti della contestazione. E al termine della serie di azioni dirette di cui abbiamo prima parlato, il GAN dismise definitivamente il suo nome ma ne mantenne lo spirito e il metodo, trasferendoli poco dopo ad un’altra modalità di azione diretta, quella delle marce antimilitariste, che suscitarono la partecipazione di centinaia di persone e di gruppi i più diversi, sospinti dall’entusiasmo di portarsi ora a più confacenti azioni dirette sullo stile di quelle del GAN, allontanandosi così dal disastroso tipo di manifestazione tendenzialmente turbolenta e rissosa corrente in quegli anni.
Già, le marce antimilitariste…un’altra stagione straordinaria… puoi farcene almeno un cenno? Poiché in questa chiacchierata vi interessa eminentemente parlare dell’azione diretta, non starò a dilungarmi sui tant’altri aspetti di quelle marce, di grande valore educativo: sia nei riguardi delle migliaia di cittadini che le marce (ciascuna della durata dai 10 ai 15 giorni) nei loro vari momenti della giornata ti davano la possibilità di avvicinare, cittadini tra i più diversi che, attratti da quell’originale tipo di manifestazione pacifica e dialogante, vi trovavano ogni agevolezza, anche se dissenzienti dalle idee dei marciatori, di colloquiare con loro in modo semplice e franco, contenti di vedersi inseriti in quell’ambiente civile e democratico in cui poter esprimere come mai pubblicamente le proprie idee, fuori dalle lambiccate astruserie dei loro vertici politici e confessionali; educative le marce per le stesse forze dell’ordine, che dalla disciplina nonviolenta dei marciatori e dal grande interesse e simpatia della popolazione che li attorniava, erano condotte a rimanere sul piano per esse più dignitoso di effettive garanti dell’ordine pubblico democratico che non su quello più abitualmente repressivo; ed educative pur anche le marce per gli stessi accaniti oppositori di destra, ripiegati a riflettere sullo smacco di inerzia e di silenzio cui veniva ad approdare il loro programmato intento di far naufragare le marce attraverso l’arma consueta della vociferante provocazione e dello scontro violento. Vuoi dirci qualcosa di più proprio a quest’ultimo riguardo?
Ma sì, per finire, vi cito uno soltanto tra i moltissimi episodi, avvenuto durante una marcia in quel Friuli-Venezia dove da tempo si distinguevano gruppi di giovani della destra fascista notoriamente dediti alla provocazione ed alla aggressione nei confronti degli avversari di sinistra. Al termine della camminata giornaliera di una ventina di chilometri i marciatori si erano seduti compostamente in terra al centro della piazza principale di Codroipo, in attesa di iniziare il loro consueto comizio-dibattito con la popolazione. A un lato della piazza, affollata di paesani, vi era già ad accoglierli un folto manipolo di baldi fascisti, e ingenti forze dell’ordine attruppate al lato diametralmente opposto. In questo spazio della piazza così sgombro, i fascisti ebbero campo e agio di esibirsi a lungo contro i marciatori con urla, insulti, minacce, lancio di uova e ortaggi. Insulti e minacce venivano tranquillamente ricambiati dai marciatori con ampi sorrisi, e i pomodori accolti e perfino sollecitati con applausi, così ristoratori com’erano della sete patita nella lunga camminata della giornata. Di più, i marciatori invitavano civilmente i fascisti schiamazzanti a prendere la parola all’altoparlante della marcia, dove potevano più distintamente esprimere al meglio e quanto volevano le ragioni del loro dissenso. Ma, poverelli, educati com’erano a poco più che alla gazzarra e alla rissa, non seppero fare null’altro che continuare a prodursi in quella loro penosa esibizione, sempre speranzosi di farne sprigionare in qualche marciatore anche soltanto un guizzo esasperato che accennasse ad un gesto di sfida, con finalmente l’atteso pretesto di scatenarsi al loro beneamato scontro violento. La gazzarra fascista incalzava da oltre mezz’ora, con le forze dell’ordine sempre immobili all’estremità della piazza – i loro comandanti occupati a scambiare gioviali battute con gli stessi fascisti tra i quali si erano amichevolmente ritrovati fin dall’inizio. Ma all’opposto di quanto sperato, l’intera indecorosa provocazione venne alfine a miseramente sgonfiarsi. In un momento di particolare tensione, il coordinatore della marcia riuscì a farsi sentire in tutta la piazza parlando scanditamente dal proprio altoparlante. Disse prima di voler tralasciare il fatto delle forze dell’ordine lì immobili a non bloccare com’era loro dovere la chiassata fascista, che comunque per quanto fastidiosa poco caleva alla tenuta pacifica dei marciatori; poi – rivolto particolarmente alla folla di cittadini che attentamente continuavano a sostare agli angoli della piazza – li invitò a ben osservare peraltro come l’assurda disposizione dei poliziotti schierati alle spalle dei marciatori lasciava completamente libero il campo ai fascisti di far precipitare la situazione da un momento all’altro verso un possibile tafferuglio da cui anche un parapiglia generale. Talmente plateale venne a risultare la tolleranza e quasi la compiacenza poliziesca alla provocazione in corso, che il comandante degli agenti dovette alfine risolversi a farli schierare di fronte al gruppo dei fascisti – che si trovarono ridotti a zittirsi e a rodersi in un ghetto di sovrana inettitudine. Prese quindi avvio senza più alcun disturbo il comizio-dibattito, con un concorso eccezionale di pubblico. È tempo veramente di concludere, non vi pare? A voi di aggiungere un qualche altro possibile capitolo all’esperienza del GAN, che, persuasi come siete della sua attuale validità, vi interessa riproporla anche alla approfondita considerazione dei presenti movimenti della contestazione globale, impegnati nella possibile attuazione di una società un po’ più umana e civile, più di pace, di nonviolenza.
(Intervista a cura di Pasquale Pugliese e Luca Giusti) http://nonviolenti.org/cms/index.php?page=an-luglio-2004#b

martedì 15 novembre 2011

Il Ministero della Difesa a un generale?

La guerra ridotta a mera "tecnica"

Si parla insistentemente di un generale al Ministero della Difesa del nascente governo "tecnico". Sarebbe una scelta fortemente sbagliata, per diversi motivi:

a. in nesun paese democratico i generali sono al governo, perchè l'esercito ha bisogno di una direzione democratica: la guerra non può essere ridotta a mera "tecnica";

b. questo è vero sempre, ma lo è ancora di più in un momento in cui tornano a soffiare pericolosi venti di guerra nucleare e all'ordine del giorno dell'agenda globale bisogna porre con forza il tema del disarmo;

c. un governo che nasce con lo scopo del rigore del bilancio, da realizzare attraverso i tagli strutturali alla spesa pubblica, ha la necessità di compiere tagli drastici anche alle spese militari (che valgono 4 volte le spese per l'Università) e di rinunciare a folli programmi di armamenti (131 cacciabombardieri nucleari): un generale può tagliare se stesso?;

d. la difesa della Patria è concetto molto più ampio di quello di "difesa militare", perchè la Patria non si "difende" solo attraverso la "tecnica" della guerra, "mezzo" ripudiato dalla Costituzione, ma anche (e, secondo me, sopratutto) attraverso la "tecnica" della "difesa civile non armata e nonviolenta", la quale "concorre, in alternativa al servizio mlitare, alla difesa della patria con mezzi e attività non militari", come recita la legge della Repibblica istitutiva del Servizio Civile Nazionale (n.64/2001). Se non si tiene conto di questo bisogna ribattezzare, coerentemente, il Ministero della Difesa in Ministero della Guerra;

e. dunque, se proprio è necessario un ministro "tecnico" esperto di metodi di difesa, per tutte queste ragioni, è il momento di scegliere un esperto di difesa civile, non armata e nonviolenta. Ossia di quel "mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" non ripudiato dalla Costituzione. Se non ora quando?

sabato 5 novembre 2011


I venti di guerra nucleare che hanno ricominciato non a soffiare,
ma ad essere soffiati,
ci rammentano che l'unica speranza per la pace è il disarmo.
Nucleare e non solo.
Ma nessuno ha in agenda il disarmo:
nè i governi nè le opposizioni, nè i movimenti nè i partiti,
nè gli indignati nè i rassegnati.
Se nessuno ha in agenda il disarmo,
mentre la corsa agli armamenti galoppa,
la guerra è già pronta,
consapevolmente, negli arsenali e,
inconsapevolmente, nelle teste di tutti.
L'unica via d'uscita è l'avvio, adesso,
del disarmo nelle teste
che imponga il disarmo degli arsenali in tutte le agende:
politiche, informative, culturali, religiose, associative, movimentiste.
Altrimenti, dopo,
saranno perfettamente inutili le manifestazioni pacifiste
per fermare la catastrofe avviata.
E' necessario agire subito,
ciascuno per come può e per come sa, ovunque:
nei partiti e nelle istituzioni, nei giornali e sul web, a scuola e all'università,
in parrocchia e in moschea, nelle associazioni e nei movimenti.
Già un'altra volta una crisi finanziaria globale si concluse con una guerra.
E fu mondiale, e fu nucleare.
E ancora, di nuovo, si prepara.
Oggi, ora, nessuno è escluso dalla respons/abilità,
ossia dal dover rispondere alla domanda:
tu che cosa hai fatto per evitare che ciò avvenisse?

venerdì 28 ottobre 2011

4 novembre, per la pace e il disarmo



per onorare davvero le vittime di tutte le guerre,
per avviare un nuovo paradigma di civiltà e umanità



ferocia e tecnologia

Le oscene immagini dell'epilogo della guerra in Libia - che sono rimbalzate fino alla nausea nel circo mediatico, banalizzandone lo scempio, mentre sono oscurate regolarmente le "ordinarie" immagini di tutte le guerre, che potrebbero far riflettere sull'oscenità della guerra - fanno scrivere ad Adriano Sofri, su "la Repubblica" del 22 ottobre ("Kalashnikov e telefonini lo scempio del branco"), che "l'uomo è antiquato, o è pronto a ridiventarlo" anzi, continua più avanti, "gli umani sono ancora feroci e fanatici come nell'Iliade, come nella Bibbia. Sono antichi quanto e più di allora, ma hanno i telefonini". La guerra e la sua persistente legittimazione politica e culturale tengono l'umanità ancorata al peggio di sè. Abbiamo fatto un salto tecnologico, ma nessun salto di civiltà; al contrario l'applicazione della tecnologia alla guerra ha fatto compiere all'umanità un balzo all'indietro. La guerra risponde alla logica del fine da raggingere che giustifica l'impiego di qualunque mezzo. Da quando il mezzo è stato potenziato enormemente dagli sviluppi tecnologici, è esplosa la capacità distruttiva e ridimensionato lo spazio di umanità.

l'imprinting al Novecento
La svolta tecnologica della guerra è avvenuta in quella che ha aperto il Novecento, dandogli l'imprinting: la "Grande guerra", chiamata così non solo per la sua dimensione intercontinentale ma sopratutto per la capacità distruttiva su larga scala messa in campo dagli eserciti. Quella guerra provocò la repentina riconversione delle moderne invenzioni tecniche in strumenti bellici, finalizzati al terrore di massa. Le nuove fabbriche fordiste, chimiche, meccaniche, areonautiche e navali, furono rapidamente convertite al servizio delle armi chimiche, dei carri armati, degli aerei da combattimento, dei sottomarini da guerra, moltiplicando la produzione in tutti i settori. La società e l'economia vennero coinvolte nello sforzo bellico e la guerra diventò, per la prima volta, di massa e totale. Un salto di qualità distruttiva definitivo, con 16 milioni di morti complessivi in quattro anni, che da allora in poi sarebbe stato sempre più amplificato, in un'escalation senza fine di armamenti, morte e distruzione. Fino ai campi di sterminio, fino ad Hiroshima e Nagasaki, e poi all'equilibrio del terrore, al napalm, all'uranio impoverito, alle armi battereologiche, ai cacciabombardieri nucleari, ai droni telecomandati...In un vortice di violenza, presente sia quando le armi iper-tecnologiche vengono usate ai quattro angoli del pianeta, sia quando si accumulano e praparano le guerre, sottraendo ingenti risorse alle spese sociali e colonizzando la cultura diffusa che non pre/vede e, quindi, rende possibili le alternative.

uomini nel fango
E l'umanità? Mentre si fanno strada le armi di distruzione di massa, nella "Grande guerra" l'umanità è rintanata nelle trincee contrapposte, tra topi, cadaveri, neve e fango, dove sopravvivono e muoiono i giovani e giovanissimi coscritti (dello "stesso medesimo umore, ma la divisa di un altro colore", cantava De Andrè), agli ordini di ufficiali spesso esaltati. "Uomini contro", come li definì il celebre film di Francesco Rosi, che, qualche volta, si riconobbero nella loro rispettiva umanità e decisero di affermarla, disobbedendo agli ordini, rifiutando di sparare. Lo racconta, tra gli altri, Emilio Lussu in "Un anno sull'altipiano" (libro da cui fu tratto il film di Rosi):
"Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, cosi viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l'apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!... Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffe', proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell'ora stessa, i nostri stessi compagni. (...)Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volonta', mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un uomo!"

militarizzazione di una generazione
Ma queste esitazioni dove emergeva l'umanità vennero severamente punite. Le renitenze e le diserzioni per non andare a morire nelle trincee d'Europa, gli ammutinamenti e le insubordinazioni di massa dei soldati sfiniti, le automutilazioni per trovare un temporaneo riparo nelle retrovie, le tregue spontanee dal basso - come la "piccola pace nella Grande guerra" che fu realizzata naturalmente dai soldati lungo tutto il fronte occidentale, per alcuni giorni, intorno al Natale del 1914, con l'intonazione di canti natalizi di pace nelle diverse lingue e scambi di poveri doni, incontrandosi nella terra di nessuno tra le due trincee (cfr Michael Jurgs "La piccola pace nella Grande guerra. Fronte occidentale senza armi 1914: un Natale senza armi") – furono disubbidienze e obiezioni popolari alla logica della guerra. Per questo, orrore nell'orrore, nella "Grande guerra" si applicò per la prima volta su amplissima scala anche la decimazione, all'interno dei rispettivi fronti, di coloro che esitavano a dimenticare la propria umanità per diventare cieche e sorde macchine di morte. Intanto, la propaganda, condotta per la prima volta in maniera massificata sul "fronte interno" di ciascuno Stato, giustificava tutto ciò per i superiori interessi nazionalistici.
In Europa una generazione subì un processo di militarizzazione forzata e ideologica. La conseguenza principale saranno i fascismi e il nazismo che condurranno il mondo ad una nuova, ed ancora più spaventosa, catastrofe mondiale.

cambiare paradigma culturale
Oggi, nonostante il passaggio di millennio, siamo ancora pienamente dentro quel Novecento, inaugurato e connotato definitivamente dalla Grande guerra; dentro al paradigma del fine che giustifica mezzi, sempre più scientificamente distruttivi. Nonostante la fine di due guerrre mondiali, la conclusione della "Guerra fredda", il crollo dei regimi totalitari, nonostante tutto ciò, le spese militari - per l'acquisto, il mantenimento e l'uso di ipertecnologie di morte – sono avviluppate in una escalation continua, su scala planetaria e nazionale, che non ha eguali in nessuna epoca storica. Il riarmo è in continua ascesa, tanto sul piano specificamente bellico quanto sui piani politico e culturale. Non a caso il nostro Paese è impegnato, consecutivamente da vent'anni, in guerre su molti fronti internazionali, chiamate "missioni di pace" nella "neolingua" orwelliana comunemente usata per aggirare la Costituzione, nella quale i padri costituenti avevano usato coscientemente la forza del verbo "ripudiare" proprio e solo in riferimento all'oscenità della guerra, in quanto "mezzo" per la risoluzione dei conflitti.
Siamo talmente dentro al tragico Novecento che - piuttosto che puntare sul disarmo militare e sulla messa a punto e sperimentazione di "mezzi" alternativi alla guerra per la "risoluzione delle controversie internazionali", proiettandoci così in un'altro paradigma culturale e politico, quello del fine che si realizza già nel mezzo che si usa, come indicato dalla Costituzione - si continua a "festeggiare" il 4 novembre, la fine della "Grande guerra" come "Festa della Forze Armate", ossia si festeggia proprio il "mezzo" che ci lega irrimediabilmente alla guerra.

un 4 novembre per il disarmo

Il ricordo e il lutto per tutte le vittime delle guerre meritano un giorno di memoria e di raccoglimento, non di festa. Un modo affinchè il loro sacrificio sia di vero monito alle nuove generazioni è dedicare quel giorno alla riflessione sulla tragedia di tutte le guerre, all'impegno per il disarmo e alla promozione delle alternative possibili. Fra qualche anno saranno cento gli anni che ci separano dall'avvio della "Grande guerra": se nel frattempo saremo riusciti a trasformare il 4 novembre in una giornata dedicata alla pace ed al disarmo, piuttosto che all'esercito, sarebbe un piccolo, ma importante, segnale che – nonostante tutto - il secolo delle guerre sta finalmente passando. E che stiamo cominciando a costruire, almeno in Italia, un cambio di paradigma culturale per un salto di civiltà e di umanità.

Pasquale Pugliese
segreteria nazionale del
Movimento Nonviolento

lunedì 17 ottobre 2011

Breve lettera ad un amico del blocco nero. Mio avversario



Amico del blocco nero, hai mai sentito parlare di Paulo Freire?
E' un pedagogista brasiliano che ha sempre lottato per la liberazione sociale e politica del suo popolo, che nella "Pedagogia degli oppressi" scrive – cito a memoria – che la più profonda oppressione da cui un oppresso si deve liberare, attraverso il processo di coscientizzazione, è quella di pensare i pensieri del suo oppressore.
Siamo ancora qui.
Quando usi la violenza dentro le manifestazioni puoi anche mettere a ferro e fuoco una città, fare terreno bruciato intorno a te, "conquistare" una piazza per qualche ora, ma hai irrimediabilmente perso. E' il sistema contro il quale immagini di lottare che ha vinto su tutti i "fronti", reali e simbolici, a cominciare da quello più importante di aver potuto trasformare le questioni politiche in questione di ordine pubblico, cioè nel suo ordine.
A quel sistema che considera la guerra come la continuazione della politica con altri mezzi, hai offerto la possibilità di farla anche in casa. A quel governo che taglia tutti i servizi pubblici tranne quelli militari, che anzi aumenta inesorabilmente, hai proposto il conflitto proprio sul piano militare, il suo preferito. A quel circo medatico, servo del potere economico e politico, hai consentito di annullare tutte le ragioni politiche della lotta e di rappresentare sia te, che altre centinaia di migliaia di persone in piazza insieme a te, come criminali fuori dal tempo e dalla realtà.
Al contrario, a molta gente comune - le persone in carne ed ossa che vivono sulla propria pelle la precarietà quotidiana - che aveva simpatia per questo nuovo movimento di lotta che parte propio dai suoi bisogni, che è andata a votare in massa nei referendum antinucleare e per i beni comuni, hai fatto paura e hai fornito l'alibi per rinchiudersi nuovamente in casa e non scendere, forse, più in piazza. E magari rinforzare il potere di chi oggi, grazie a te, fa la voce grossa e le leggi speciali contro i movimenti.
Oggi più che mai la violenza, anche quando sembra rivoluzionaria, è semplicemente reazionaria. Perchè fa il gioco della reazione e, usandone i suoi mezzi, le fornisce alimento, espansione e giustificazione. Immagino che tu pensi di cambiare il potere ed invece il potere ha cambiato te, facendoti diventare – nel profondo – come lui. Facendoti accettare e legittimare la tua violenza, comunque da apprendista, hai finito per legittimare ancora di più la sua, di professionista e monopolista.
Cui prodest? A chi giova?
Non a te, non a noi, non a chi lotta per il cambiamento, non ai disperati della terra e ai precari e agli indignati d'Italia. Ma stabilizza e rinforza straordinariamente il dominio di chi tiene oppressi tutti noi e indebolisce drammaticamente chi gli si oppone.
Per questo, amico, sei mio avversario!
E non parteciperò ad alcuna manifestazione in cui sarà annunciata la tua presenza. Nè ti vorrò nelle mie. Almeno finchè non cambierai radicalmente i tuoi mezzi di lotta, da violenti in nonviolenti, provando a trasformarti, finalmente - attraverso il tuo personale processo di coscientizzazione - da reazionario in rivoluzionario.

sabato 1 ottobre 2011

Dalla Marcia della pace al 2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza



L'impegno per il disarmo continua


la Marcia del sale e la Marcia della pace
Il 2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza, si ricorda il compleanno di Mohandas K. Gandhi, il fondatore della nonviolenza moderna, ossia della nonviolenza come metodo rivoluzionario di azione politica. Uno degli strumenti nonviolenti più importanti sperimentati da Gandhi furono le marce, svolte sia in Sudafrica che in India, fino alla più importante e decisiva "Marcia del sale", che segnò il punto di svolta nella lotta per l'auto-governo del popolo indiano.
Le marce furono poi riprese in Occidente, negli USA dal movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King, in Inghilterra dal movimento antinucleare guidato da Bertand Russel, in Italia dal movimento per la pace guidato da Aldo Capitini. Sulle orme di Capitini, lo scorso 25 settembre abbiamo marciato ancora da Perugia ad Assisi, cinquanta anni dopo quella prima volta che fu definita dal lungimirante Pier Paolo Pasolini "il fenomeno politico più importante dell'anno, una specie di riproposta modernissima del CLN".
Capitini, a commento della Marcia del 1961, scrisse "una marcia non è fine a se stessa, continua negli animi, produce onde che vanno lontano, fa sorgere problemi, orientamenti, attività". Cinquanta anni dopo, Mao Valpiana presidente del Movimento Movimento, a conclusione della "Marcia della pace e la fratellanza dei popoli" dalla Rocca di Assisi, evocando le parole di Capitini, ha ricordato: "la vera marcia, lo sappiamo, comincerà questa sera, quando ognuno di noi tornerà nella propria casa con l'impegno di realizzare il programma politico nonviolento: pace e fratellanza. Per cominciare dobbiamo partire da noi stessi, ognuno deve fare il proprio disarmo. Un disarmo unilaterale, un disarmo culturale. Fare cadere i muri dentro le nostre teste. Spezzare il proprio fucile. Non aspettiamo che siano gli altri a disarmare, incominciamo noi!"

ancora in marcia per il disarmo
In oltre duecentomila abbiamo marciato da Perugia ad Assisi, provenienti da tanti luoghi geografici, culturali e politici in rappresentanza di quell'Italia pulita e onesta, che c'è a dispetto della sua triste rappresentazione governativa. E' la stessa Italia che si è manifestata in tutta la sua forza nei referendum per i beni comuni della scorsa primavera. Questa Italia ha coperto a piedi i 25 chilometri di distanza tra i Giardini del Frontone di Perugia e la Rocca di Assisi manifestando una consapevolezza nuova: la difesa dei beni comuni e la difesa della pace sono una cosa sola! Non solo perchè la pace è il fondamentale bene comune, ma anche perchè si colpiscono con la finanziaria i principali presìdi dei legami comunitari e si salvaguardano solo i presìdi della guerra: gli armamenti e la loro intoccabile casta di sacerdoti.
Di fronte ad una crisi economica e finanziaria che sta dando al governo il pretesto per generare un massacro sociale senza precedenti, travolgendo i diritti costituzionali al lavoro, alla protezione sociale, alla salute, all'istruzione e alla cultura, principali beni comuni, il popolo in marcia per la pace ha affermato coralmente che la crisi si risolve attraverso il disarmo, il taglio drastico delle spese militari, il ripudio della guerra e della sua preparazione, cioè ribadendo i principi fondamentali della Costituzione. Dare un taglio netto alle spese militari per non tagliare i diritti sociali. Ripudiare la guerra per non ripudiare la Costituzione.
Ma i principi non basta affermarli, vanno declinati in una consapevole ed efficace azione culturale e politica. La forza delle marce gandhiane è stata la capacità di trasformare i partecipanti in attivisti della nonviolenza che puntavano a realizzare gli obiettivi specifici per i quali avevano marciato insieme. Anche questo ci ricorda il 2 ottobre: non si può essere marciatori per un giorno, ma bisogna portare nelle nostre associazioni, nei nostri partiti, nelle nostre parrocchie, nei nostri enti locali, nelle nostre università, nelle nostre scuole l'energia raccolta alla Marcia e trasformarla in azione politica e collettiva per il disarmo. Una rivoluzione costituzionale e nonviolenta che apre e principia tutte le altre. Se non ora quando?