La guerra ridotta a mera "tecnica"
Si parla insistentemente di un generale al Ministero della Difesa del nascente governo "tecnico". Sarebbe una scelta fortemente sbagliata, per diversi motivi:
a. in nesun paese democratico i generali sono al governo, perchè l'esercito ha bisogno di una direzione democratica: la guerra non può essere ridotta a mera "tecnica";
b. questo è vero sempre, ma lo è ancora di più in un momento in cui tornano a soffiare pericolosi venti di guerra nucleare e all'ordine del giorno dell'agenda globale bisogna porre con forza il tema del disarmo;
c. un governo che nasce con lo scopo del rigore del bilancio, da realizzare attraverso i tagli strutturali alla spesa pubblica, ha la necessità di compiere tagli drastici anche alle spese militari (che valgono 4 volte le spese per l'Università) e di rinunciare a folli programmi di armamenti (131 cacciabombardieri nucleari): un generale può tagliare se stesso?;
d. la difesa della Patria è concetto molto più ampio di quello di "difesa militare", perchè la Patria non si "difende" solo attraverso la "tecnica" della guerra, "mezzo" ripudiato dalla Costituzione, ma anche (e, secondo me, sopratutto) attraverso la "tecnica" della "difesa civile non armata e nonviolenta", la quale "concorre, in alternativa al servizio mlitare, alla difesa della patria con mezzi e attività non militari", come recita la legge della Repibblica istitutiva del Servizio Civile Nazionale (n.64/2001). Se non si tiene conto di questo bisogna ribattezzare, coerentemente, il Ministero della Difesa in Ministero della Guerra;
e. dunque, se proprio è necessario un ministro "tecnico" esperto di metodi di difesa, per tutte queste ragioni, è il momento di scegliere un esperto di difesa civile, non armata e nonviolenta. Ossia di quel "mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" non ripudiato dalla Costituzione. Se non ora quando?
martedì 15 novembre 2011
sabato 5 novembre 2011

I venti di guerra nucleare che hanno ricominciato non a soffiare,
ma ad essere soffiati,
ci rammentano che l'unica speranza per la pace è il disarmo.
Nucleare e non solo.
Ma nessuno ha in agenda il disarmo:
nè i governi nè le opposizioni, nè i movimenti nè i partiti,
nè gli indignati nè i rassegnati.
Se nessuno ha in agenda il disarmo,
mentre la corsa agli armamenti galoppa,
la guerra è già pronta,
consapevolmente, negli arsenali e,
inconsapevolmente, nelle teste di tutti.
L'unica via d'uscita è l'avvio, adesso,
del disarmo nelle teste
che imponga il disarmo degli arsenali in tutte le agende:
politiche, informative, culturali, religiose, associative, movimentiste.
Altrimenti, dopo,
saranno perfettamente inutili le manifestazioni pacifiste
per fermare la catastrofe avviata.
E' necessario agire subito,
ciascuno per come può e per come sa, ovunque:
nei partiti e nelle istituzioni, nei giornali e sul web, a scuola e all'università,
in parrocchia e in moschea, nelle associazioni e nei movimenti.
Già un'altra volta una crisi finanziaria globale si concluse con una guerra.
E fu mondiale, e fu nucleare.
E ancora, di nuovo, si prepara.
Oggi, ora, nessuno è escluso dalla respons/abilità,
ossia dal dover rispondere alla domanda:
tu che cosa hai fatto per evitare che ciò avvenisse?
venerdì 28 ottobre 2011
4 novembre, per la pace e il disarmo

per onorare davvero le vittime di tutte le guerre,
per avviare un nuovo paradigma di civiltà e umanità
ferocia e tecnologia
Le oscene immagini dell'epilogo della guerra in Libia - che sono rimbalzate fino alla nausea nel circo mediatico, banalizzandone lo scempio, mentre sono oscurate regolarmente le "ordinarie" immagini di tutte le guerre, che potrebbero far riflettere sull'oscenità della guerra - fanno scrivere ad Adriano Sofri, su "la Repubblica" del 22 ottobre ("Kalashnikov e telefonini lo scempio del branco"), che "l'uomo è antiquato, o è pronto a ridiventarlo" anzi, continua più avanti, "gli umani sono ancora feroci e fanatici come nell'Iliade, come nella Bibbia. Sono antichi quanto e più di allora, ma hanno i telefonini". La guerra e la sua persistente legittimazione politica e culturale tengono l'umanità ancorata al peggio di sè. Abbiamo fatto un salto tecnologico, ma nessun salto di civiltà; al contrario l'applicazione della tecnologia alla guerra ha fatto compiere all'umanità un balzo all'indietro. La guerra risponde alla logica del fine da raggingere che giustifica l'impiego di qualunque mezzo. Da quando il mezzo è stato potenziato enormemente dagli sviluppi tecnologici, è esplosa la capacità distruttiva e ridimensionato lo spazio di umanità.
l'imprinting al Novecento
La svolta tecnologica della guerra è avvenuta in quella che ha aperto il Novecento, dandogli l'imprinting: la "Grande guerra", chiamata così non solo per la sua dimensione intercontinentale ma sopratutto per la capacità distruttiva su larga scala messa in campo dagli eserciti. Quella guerra provocò la repentina riconversione delle moderne invenzioni tecniche in strumenti bellici, finalizzati al terrore di massa. Le nuove fabbriche fordiste, chimiche, meccaniche, areonautiche e navali, furono rapidamente convertite al servizio delle armi chimiche, dei carri armati, degli aerei da combattimento, dei sottomarini da guerra, moltiplicando la produzione in tutti i settori. La società e l'economia vennero coinvolte nello sforzo bellico e la guerra diventò, per la prima volta, di massa e totale. Un salto di qualità distruttiva definitivo, con 16 milioni di morti complessivi in quattro anni, che da allora in poi sarebbe stato sempre più amplificato, in un'escalation senza fine di armamenti, morte e distruzione. Fino ai campi di sterminio, fino ad Hiroshima e Nagasaki, e poi all'equilibrio del terrore, al napalm, all'uranio impoverito, alle armi battereologiche, ai cacciabombardieri nucleari, ai droni telecomandati...In un vortice di violenza, presente sia quando le armi iper-tecnologiche vengono usate ai quattro angoli del pianeta, sia quando si accumulano e praparano le guerre, sottraendo ingenti risorse alle spese sociali e colonizzando la cultura diffusa che non pre/vede e, quindi, rende possibili le alternative.
uomini nel fango
E l'umanità? Mentre si fanno strada le armi di distruzione di massa, nella "Grande guerra" l'umanità è rintanata nelle trincee contrapposte, tra topi, cadaveri, neve e fango, dove sopravvivono e muoiono i giovani e giovanissimi coscritti (dello "stesso medesimo umore, ma la divisa di un altro colore", cantava De Andrè), agli ordini di ufficiali spesso esaltati. "Uomini contro", come li definì il celebre film di Francesco Rosi, che, qualche volta, si riconobbero nella loro rispettiva umanità e decisero di affermarla, disobbedendo agli ordini, rifiutando di sparare. Lo racconta, tra gli altri, Emilio Lussu in "Un anno sull'altipiano" (libro da cui fu tratto il film di Rosi):
"Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, cosi viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l'apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!... Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffe', proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell'ora stessa, i nostri stessi compagni. (...)Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volonta', mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un uomo!"
militarizzazione di una generazione
Ma queste esitazioni dove emergeva l'umanità vennero severamente punite. Le renitenze e le diserzioni per non andare a morire nelle trincee d'Europa, gli ammutinamenti e le insubordinazioni di massa dei soldati sfiniti, le automutilazioni per trovare un temporaneo riparo nelle retrovie, le tregue spontanee dal basso - come la "piccola pace nella Grande guerra" che fu realizzata naturalmente dai soldati lungo tutto il fronte occidentale, per alcuni giorni, intorno al Natale del 1914, con l'intonazione di canti natalizi di pace nelle diverse lingue e scambi di poveri doni, incontrandosi nella terra di nessuno tra le due trincee (cfr Michael Jurgs "La piccola pace nella Grande guerra. Fronte occidentale senza armi 1914: un Natale senza armi") – furono disubbidienze e obiezioni popolari alla logica della guerra. Per questo, orrore nell'orrore, nella "Grande guerra" si applicò per la prima volta su amplissima scala anche la decimazione, all'interno dei rispettivi fronti, di coloro che esitavano a dimenticare la propria umanità per diventare cieche e sorde macchine di morte. Intanto, la propaganda, condotta per la prima volta in maniera massificata sul "fronte interno" di ciascuno Stato, giustificava tutto ciò per i superiori interessi nazionalistici.
In Europa una generazione subì un processo di militarizzazione forzata e ideologica. La conseguenza principale saranno i fascismi e il nazismo che condurranno il mondo ad una nuova, ed ancora più spaventosa, catastrofe mondiale.
cambiare paradigma culturale
Oggi, nonostante il passaggio di millennio, siamo ancora pienamente dentro quel Novecento, inaugurato e connotato definitivamente dalla Grande guerra; dentro al paradigma del fine che giustifica mezzi, sempre più scientificamente distruttivi. Nonostante la fine di due guerrre mondiali, la conclusione della "Guerra fredda", il crollo dei regimi totalitari, nonostante tutto ciò, le spese militari - per l'acquisto, il mantenimento e l'uso di ipertecnologie di morte – sono avviluppate in una escalation continua, su scala planetaria e nazionale, che non ha eguali in nessuna epoca storica. Il riarmo è in continua ascesa, tanto sul piano specificamente bellico quanto sui piani politico e culturale. Non a caso il nostro Paese è impegnato, consecutivamente da vent'anni, in guerre su molti fronti internazionali, chiamate "missioni di pace" nella "neolingua" orwelliana comunemente usata per aggirare la Costituzione, nella quale i padri costituenti avevano usato coscientemente la forza del verbo "ripudiare" proprio e solo in riferimento all'oscenità della guerra, in quanto "mezzo" per la risoluzione dei conflitti.
Siamo talmente dentro al tragico Novecento che - piuttosto che puntare sul disarmo militare e sulla messa a punto e sperimentazione di "mezzi" alternativi alla guerra per la "risoluzione delle controversie internazionali", proiettandoci così in un'altro paradigma culturale e politico, quello del fine che si realizza già nel mezzo che si usa, come indicato dalla Costituzione - si continua a "festeggiare" il 4 novembre, la fine della "Grande guerra" come "Festa della Forze Armate", ossia si festeggia proprio il "mezzo" che ci lega irrimediabilmente alla guerra.
un 4 novembre per il disarmo
Il ricordo e il lutto per tutte le vittime delle guerre meritano un giorno di memoria e di raccoglimento, non di festa. Un modo affinchè il loro sacrificio sia di vero monito alle nuove generazioni è dedicare quel giorno alla riflessione sulla tragedia di tutte le guerre, all'impegno per il disarmo e alla promozione delle alternative possibili. Fra qualche anno saranno cento gli anni che ci separano dall'avvio della "Grande guerra": se nel frattempo saremo riusciti a trasformare il 4 novembre in una giornata dedicata alla pace ed al disarmo, piuttosto che all'esercito, sarebbe un piccolo, ma importante, segnale che – nonostante tutto - il secolo delle guerre sta finalmente passando. E che stiamo cominciando a costruire, almeno in Italia, un cambio di paradigma culturale per un salto di civiltà e di umanità.
Pasquale Pugliese
segreteria nazionale del
Movimento Nonviolento
lunedì 17 ottobre 2011
Breve lettera ad un amico del blocco nero. Mio avversario

Amico del blocco nero, hai mai sentito parlare di Paulo Freire?
E' un pedagogista brasiliano che ha sempre lottato per la liberazione sociale e politica del suo popolo, che nella "Pedagogia degli oppressi" scrive – cito a memoria – che la più profonda oppressione da cui un oppresso si deve liberare, attraverso il processo di coscientizzazione, è quella di pensare i pensieri del suo oppressore.
Siamo ancora qui.
Quando usi la violenza dentro le manifestazioni puoi anche mettere a ferro e fuoco una città, fare terreno bruciato intorno a te, "conquistare" una piazza per qualche ora, ma hai irrimediabilmente perso. E' il sistema contro il quale immagini di lottare che ha vinto su tutti i "fronti", reali e simbolici, a cominciare da quello più importante di aver potuto trasformare le questioni politiche in questione di ordine pubblico, cioè nel suo ordine.
A quel sistema che considera la guerra come la continuazione della politica con altri mezzi, hai offerto la possibilità di farla anche in casa. A quel governo che taglia tutti i servizi pubblici tranne quelli militari, che anzi aumenta inesorabilmente, hai proposto il conflitto proprio sul piano militare, il suo preferito. A quel circo medatico, servo del potere economico e politico, hai consentito di annullare tutte le ragioni politiche della lotta e di rappresentare sia te, che altre centinaia di migliaia di persone in piazza insieme a te, come criminali fuori dal tempo e dalla realtà.
Al contrario, a molta gente comune - le persone in carne ed ossa che vivono sulla propria pelle la precarietà quotidiana - che aveva simpatia per questo nuovo movimento di lotta che parte propio dai suoi bisogni, che è andata a votare in massa nei referendum antinucleare e per i beni comuni, hai fatto paura e hai fornito l'alibi per rinchiudersi nuovamente in casa e non scendere, forse, più in piazza. E magari rinforzare il potere di chi oggi, grazie a te, fa la voce grossa e le leggi speciali contro i movimenti.
Oggi più che mai la violenza, anche quando sembra rivoluzionaria, è semplicemente reazionaria. Perchè fa il gioco della reazione e, usandone i suoi mezzi, le fornisce alimento, espansione e giustificazione. Immagino che tu pensi di cambiare il potere ed invece il potere ha cambiato te, facendoti diventare – nel profondo – come lui. Facendoti accettare e legittimare la tua violenza, comunque da apprendista, hai finito per legittimare ancora di più la sua, di professionista e monopolista.
Cui prodest? A chi giova?
Non a te, non a noi, non a chi lotta per il cambiamento, non ai disperati della terra e ai precari e agli indignati d'Italia. Ma stabilizza e rinforza straordinariamente il dominio di chi tiene oppressi tutti noi e indebolisce drammaticamente chi gli si oppone.
Per questo, amico, sei mio avversario!
E non parteciperò ad alcuna manifestazione in cui sarà annunciata la tua presenza. Nè ti vorrò nelle mie. Almeno finchè non cambierai radicalmente i tuoi mezzi di lotta, da violenti in nonviolenti, provando a trasformarti, finalmente - attraverso il tuo personale processo di coscientizzazione - da reazionario in rivoluzionario.
sabato 1 ottobre 2011
Dalla Marcia della pace al 2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza


L'impegno per il disarmo continua
la Marcia del sale e la Marcia della pace
Il 2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza, si ricorda il compleanno di Mohandas K. Gandhi, il fondatore della nonviolenza moderna, ossia della nonviolenza come metodo rivoluzionario di azione politica. Uno degli strumenti nonviolenti più importanti sperimentati da Gandhi furono le marce, svolte sia in Sudafrica che in India, fino alla più importante e decisiva "Marcia del sale", che segnò il punto di svolta nella lotta per l'auto-governo del popolo indiano.
Le marce furono poi riprese in Occidente, negli USA dal movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King, in Inghilterra dal movimento antinucleare guidato da Bertand Russel, in Italia dal movimento per la pace guidato da Aldo Capitini. Sulle orme di Capitini, lo scorso 25 settembre abbiamo marciato ancora da Perugia ad Assisi, cinquanta anni dopo quella prima volta che fu definita dal lungimirante Pier Paolo Pasolini "il fenomeno politico più importante dell'anno, una specie di riproposta modernissima del CLN".
Capitini, a commento della Marcia del 1961, scrisse "una marcia non è fine a se stessa, continua negli animi, produce onde che vanno lontano, fa sorgere problemi, orientamenti, attività". Cinquanta anni dopo, Mao Valpiana presidente del Movimento Movimento, a conclusione della "Marcia della pace e la fratellanza dei popoli" dalla Rocca di Assisi, evocando le parole di Capitini, ha ricordato: "la vera marcia, lo sappiamo, comincerà questa sera, quando ognuno di noi tornerà nella propria casa con l'impegno di realizzare il programma politico nonviolento: pace e fratellanza. Per cominciare dobbiamo partire da noi stessi, ognuno deve fare il proprio disarmo. Un disarmo unilaterale, un disarmo culturale. Fare cadere i muri dentro le nostre teste. Spezzare il proprio fucile. Non aspettiamo che siano gli altri a disarmare, incominciamo noi!"
ancora in marcia per il disarmo
In oltre duecentomila abbiamo marciato da Perugia ad Assisi, provenienti da tanti luoghi geografici, culturali e politici in rappresentanza di quell'Italia pulita e onesta, che c'è a dispetto della sua triste rappresentazione governativa. E' la stessa Italia che si è manifestata in tutta la sua forza nei referendum per i beni comuni della scorsa primavera. Questa Italia ha coperto a piedi i 25 chilometri di distanza tra i Giardini del Frontone di Perugia e la Rocca di Assisi manifestando una consapevolezza nuova: la difesa dei beni comuni e la difesa della pace sono una cosa sola! Non solo perchè la pace è il fondamentale bene comune, ma anche perchè si colpiscono con la finanziaria i principali presìdi dei legami comunitari e si salvaguardano solo i presìdi della guerra: gli armamenti e la loro intoccabile casta di sacerdoti.
Di fronte ad una crisi economica e finanziaria che sta dando al governo il pretesto per generare un massacro sociale senza precedenti, travolgendo i diritti costituzionali al lavoro, alla protezione sociale, alla salute, all'istruzione e alla cultura, principali beni comuni, il popolo in marcia per la pace ha affermato coralmente che la crisi si risolve attraverso il disarmo, il taglio drastico delle spese militari, il ripudio della guerra e della sua preparazione, cioè ribadendo i principi fondamentali della Costituzione. Dare un taglio netto alle spese militari per non tagliare i diritti sociali. Ripudiare la guerra per non ripudiare la Costituzione.
Ma i principi non basta affermarli, vanno declinati in una consapevole ed efficace azione culturale e politica. La forza delle marce gandhiane è stata la capacità di trasformare i partecipanti in attivisti della nonviolenza che puntavano a realizzare gli obiettivi specifici per i quali avevano marciato insieme. Anche questo ci ricorda il 2 ottobre: non si può essere marciatori per un giorno, ma bisogna portare nelle nostre associazioni, nei nostri partiti, nelle nostre parrocchie, nei nostri enti locali, nelle nostre università, nelle nostre scuole l'energia raccolta alla Marcia e trasformarla in azione politica e collettiva per il disarmo. Una rivoluzione costituzionale e nonviolenta che apre e principia tutte le altre. Se non ora quando?
lunedì 26 settembre 2011
Infinita e creativa nel suo sviluppo: la proposta nonviolenta di Capitini

(pubblicato sul numero agosto settembre 2011 di Azione nonviolenta)
Di cosa parliamo quando diciamo nonviolenza?
Piuttosto che darne una definizione teorica, ci può aiutare nella risposta lo stesso Aldo Capitini che, nel suo libro Le tecniche della nonviolenza1, dice “la nonviolenza è affidata ad un metodo che è aperto ed è sperimentale”.1. Un breve approfondimento intorno alle caratteristiche di questo “affidamento” ci introduce alla nonviolenza e alla stessa figura del fondatore del Movimento Nonviolento.
Un metodo aperto e sperimentale
La nonviolenza è affidata ad un metodo di azione che si sviluppa su vari livelli – da quello educativo a quello sociale, da quello personale a quello politico – non come semplice insieme di tecniche, ma come reciproca aggiunta tra prassi e teoria, tra azione e pensiero. Al contrario delle costruzioni ideologiche, la nonviolenza non è prima teorizzata e poi praticata, ma è prima vissuta come strumento di azione e di cambiamento di singoli e popoli; poi studiata, approfondita e di nuovo sperimentata nell'azione, dove torna rinforzata da quegli studi e approfondimenti teorici…L'insieme di questa elaborazione collettiva ne costituisce il metodo.
Che è quindi metodo aperto perché nessuno è custode di una dottrina, di un corpus di norme definitivo, di un “ismo”, ma ciascuno può apportare nuove aggiunte sia sul piano del pensiero che dell’azione, com'è avvenuto sia durante il '900 che nell'avvio di questo nuovo secolo, attraverso la pratica della nonviolenza sviluppata all'interno di ambiti culturali e religiosi differenti. Un metodo che può essere usato da tutti perché non si fonda sulla forza fisica o sugli armamenti, ma sulla forza d'animo.2.
Ed è un metodo sperimentale, una approssimazione continua per prove ed errori, per le ragioni che lasciamo dire allo stesso Capitini: “Non c'è bisogno di dire che la nonviolenza è positiva e non negativa (non-violenza = amore, cioè apertura affettuosa alla esistenza, libertà, sviluppo di ogni essere), è attiva, lottatrice e richiede coraggio, è creativa e trova sempre nuovi modi di attuarsi, è inesauribile e non può essere attuata perfettamente, ma in continuo avvicinamento; e perciò ci diciamo “amici della nonviolenza” più che senz'altro nonviolenti”.3 Ossia, appunto, sperimentatori di nonviolenza.
L'aggiunta di Aldo, tra azione e pensiero
Aldo Capitini è colui che, tra gli sperimentatori, ha dato alla nonviolenza italiana il maggior contributo di chiarificazione filosofica e di sviluppo organizzativo - creandone in qualche modo anche il lessico - all’interno di una produzione vastissima che intreccia elementi filosofici, politici, religiosi e pedagogici. Nella quale proviamo qui a mettere a fuoco, brevemente, solo alcune tracce tematiche, legate a tappe significative della sua vita, che sono di orientamento nel nostro agire. Oggi più che mai.
Perché, inoltre, è opportuno legare i nuclei tematici capitiniani ad alcuni momenti della vita concreta di Capitini lo spiega il filosofo Piergiorgio Giacchè che, nel presentare la figura dell'ideatore della Marcia della Pace, premette queste parole:
“Azione e pensiero. Quando si racconta la vita di qualcuno è più corretto invertire la sequenza mazziniana. E non perché le azioni avvengano prima, avventate e irriflesse, ma perché avvengono per davvero, e perché – almeno nella vita ordinaria di poche persone straordinarie – sono esse stesse il pensiero che si concepisce come un atto. Poche sono le persone che hanno una vita così coerente da far seguire le parole ai fatti, o meglio da combinare le une e gli altri nei propri atti. Nel loro caso la vita equivale davvero alle opere, che non si distinguono dal loro primo significato di un effettivo e continuo operare.”4
Questo è appunto il caso di Aldo Capitini.
La persuasione, ossia il primato della coscienza
Capitini nasce nel 1899 a Perugia (la generazione di Gobetti e dei Rosselli, scriverà), figlio del campanaro del Municipio, e cresce in un’abitazione ricavata all’interno della torre campanaria del capoluogo umbro.5. Dovendo presto trovare un’occupazione studia per diventare ragioniere, ma ciò non lo soddisfa e due anni di studio “matto e disperatissimo” gli consentiranno di vincere una borsa di studio all’Università Normale di Pisa. Qui si distingue per l’intelligenza vivace al punto che, una volta laureato e preso il diploma di perfezionamento, il direttore Giovanni Gentile – ministro dell'istruzione di Mussolini - gli offre il posto di segretario. Cosa che a trent’anni risolve i suoi problemi economici e gli consente di diventare assistente volontario del critico letterario Attilio Momigliano.
Nel ‘32 a causa del suo sodalizio con Claudio Baglietto – giovane normalista che, ottenuta una borsa di studio per studiare a Friburgo con Heidegger, si dichiara obiettore di coscienza e non rientra più in Italia – Gentile gli chiede di fare un atto di adesione formale al regime prendendo la tessera del partito fascista.
Capitini, che proprio alla Normale aveva approfondito quella personale riflessione che lo porta ad una sempre più chiara e nitida persuasione antifascista, fa la sua obiezione di coscienza: rifiuta la tessera e nel gennaio del ‘33 viene licenziato.6 Per cui è costretto a tornare dai genitori nella torre campanaria di Perugia. La quale diverrà in breve tempo il punto d’incontro di una nuova generazione di antifascisti, molti dei quali prenderanno poi parte alla resistenza nelle brigate partigiane. Capitini mantiene una posizione antifascista non armata che lo porterà prima a doversi nascondere nella campagna umbra e poi, per due volte, nelle carceri fasciste (nel ’42 per quattro mesi, a Firenze; nel '43 dal maggio al 25 luglio, a Perugia).
Questa persuasione intima, che lo orienterà per tutta la vita, gli consente di riconoscere anche negli altri le azioni fondate sul primato della coscienza.
Finita la guerra, nel 1948 diventa il punto di riferimento del giovane ferrarese Pietro Pinna che, avendo deciso di dichiararsi obiettore di coscienza all'obbligo militare, gli scrive per avere conforto e sostegno nella scelta. Pinna avvia in questo modo il suo personale calvario nelle carceri militari della Patria, sottoposto anche a perizia psichiatrica. Capitini finché la scelta non è compiuta non risponde al giovane Pinna, poi gli sarà a fianco nelle fasi processuali e ne renderà pubblica l'azione solitaria. Il caso di Pinna servirà ad avviare quel dibattito pubblico che, con fasi alte e drammatiche (che vedranno tra gli altri coinvolto anche Lorenzo Milani), sfocerà nella prima legge che riconosce il servizio civile, nel 1972. Pietro Pinna, intanto, sarà co-fondatore del Movimento Nonviolento e della rivista Azione nonviolenta.
Qualche anno più tardi, nel 1952, quando Danilo Dolci, da poco arrivato a Partinico, nella Sicilia occidentale, si stende nel letto dove un bambino è morto di fame e comincia un digiuno ad oltranza contro la povertà, l’unico biglietto che gli arriva proviene da Perugia, ed è firmato Aldo Capitini. Da allora Capitini sostiene e rilancia sul piano nazionale l’opera pedagogica anti-mafia di Dolci, mentre i governi locali e centrali, insieme alla Chiesa, sostenevano che la mafia non esiste e processavano lo stesso Dolci per lo “sciopero alla rovescia”.
Il filo rosso che unisce queste e altre azioni di Aldo Capitini è evidente: assumere una posizione di coscienza - una persuasione - fondata sui valori e mantenerla. Anche da solo contro tutti, affrontandone responsabilmente le conseguenze. Non perché utopista, ma per mettere il proprio peso, piccolo o grande che sia, sul patto giusto della bilancia della storia.
La politica, ossia il primato dei mezzi
Nel paese di Niccolò Macchiavelli, all’interno del quale il fine giustifica sempre i mezzi, Capitini, per primo in Italia, già durante il fascismo coglie la novità rivoluzionaria dell’insegnamento di Gandhi: “il fine sta all’albero come il mezzo sta al seme, tra i due c’è lo stesso inviolabile legame”. I risultati delle nostre azioni non sono nella nostra disponibilità, solo i mezzi che usiamo dipendono direttamente da noi e di questi siamo responsabili.
A partire da questa persuasione, dopo essere stato nel 1937 uno dei fondatori del movimento clandestino del liberalsocialialismo - con il quale lavora alla costruzione di un nuova Italia fondata su “due rivoluzioni invece di una, massimo socialismo e massimo liberalismo” - non ne condivide il suo scioglimento all’interno del nascente Partito d’Azione e non aderisce, rimanendo così isolato ed escluso da Comitato di Liberazione Nazionale e dall'Assemblea Costituente. Ciò non le rende inattivo: mentre con il suo rifiuto svolge una critica severa alla forma-partito, fondata sulla dicotomia mezzo-fine, contemporaneamente apre una prospettiva diversa di azione politica nella quale il fine si realizzi già nel mezzo. Così scrive nel 1949:
“Il partito è il mezzo e il potere è il fine. Ma qui sorgono gravi difficoltà. Può il mezzo essere diverso dal fine? E se il fine è il potere ma esercitato per il bene di tutti, risponde la preparazione che si riceve nel partito, chiusa ed esclusiva, a questo termine, aperto e universale? (…) Noi dobbiamo vedere la cosa da un punto più severo: bisogna fare un lavoro fuori del potere, un decentramento del potere, abituare a vedere il potere diffuso in tante cose fuori dal governo, in tante iniziative, atti, posizioni sentimenti, fondare una prospettiva diversa”.7
A partire da questo personale programma fondativo, Capitini, dopo la guerra, si concentra instancabilmente sulla costruzione di “mezzi” fondati su “una prospettiva diversa” di partecipazione: realizza, subito dopo la liberazione dalla dittatura, i COS, Centri di Orientamento Sociale, il cui motto è il contrario del fascista “obbedire e combattere”, ossia “ascoltare e parlare”; apre i Centri di Orientamento Religioso, comprendendo l’urgenza di una profonda riforma religiosa in Italia; s’impegna nella creazione dell’Associazione per la Difesa e lo Sviluppo della Scuola Pubblica, quando nel Paese non esisteva ancora la scuola media unificata; nel 1952 fonda la Società Vegetariana Italiana, con sede a Perugia che – dopo la sua morte – diventerà l’attuale Associazione vegetariana. Scuote i contrapposti allineamenti politici italiani della guerra fredda ideando e organizzando, con pochi amici, la Marcia Perugia-Assisi del ’61. Fonda, sempre a Perugia, il primo Centro italiano per la nonviolenza, il quale - dopo la Marcia - diventerà il Movimento Nonviolento e nel 1964 la rivista Azione nonviolenta. Nel 1964 avvia anche la pubblicazione del periodico “Il potere è di tutti” che uscirà per 44 numeri fino al 1968, anticipandone il tema centrale: “impostare un'adeguata articolazione della prima fase, quella del potere senza governo, premessa e garanzia che l'eventuale seconda fase sia un potere nuovo “conseguente” alla prima fase...di lavoro educativo, di impostazione di continue solidarietà con altri nella rivoluzione permanente per la democrazia diretta, connessa intimamente con la nonviolenza”.8.
la nonviolenza, ossia il primato dell’azione educativa
Fondata sul primato della coscienza e sul primato dei mezzi, Aldo Capitini ha sperimentato e teorizzato l'azione politica come azione nonviolenta e l’azione nonviolenta come azione educativa, in tutte le fasi della sua vita. Vediamo alcuni passaggi.
Dopo il lavoro di “coscientizzazione” antifascista tra i giovani svolto nel decennio ’33-’43, quando le forze politiche democratiche erano ormai disperse, anche dopo la liberazione dell'Italia centrale, nel '44, Capitini si rende conto che, alla fuoriuscita del Paese dalla dittatura è necessario un diffuso lavoro di formazione alla democrazia. Avvia così i Centri di Orientamento Sociale, come “mezzi” di partecipazione e controllo dal basso e contemporaneamente di educazione degli adulti. Nel COS tutti possono prendere la parola con pari dignità: operai e intellettuali, contadini e amministratori. L’idea è quella di aprire i COS nei quartieri, nelle parrocchie, nelle carceri, nelle scuole, negli istituti psichiatrici. Il primo sorge a Perugia e man mano si diffondono fino a contarne circa quaranta, tra città (Bologna, Firenze, Ferrara) e paesi. Ricorda Capitini:
“al Cos si imparava ad esprimere il proprio pensiero in maniera evidente e semplice, ma s'imparava anche a lasciar parlare gli altri; e in questo modo si svolgeva un collaborante pensiero collettivo...sono stati trattati argomenti delicatissimi, e in riunioni affollatissime e dopo ventidue anni di fascismo. Ma il popolo sapeva che il Cos era diverso, e ne aveva rispetto. Il Cos era uno spazio nonviolento e ragionante”.9.
In ascolto di tutte le posizioni di coscienza e in ricerca di tutte le esperienze di liberazione e
apertura, sui piani religioso, politico ed educativo, Capitini non poteva non incontrare Lorenzo Milani, con il quale dopo lo scambio di diverse lettere ed un paio di incontri a Barbiana con i ragazzi del priore, nasce l’idea di realizzare un “Giornale-Scuola” che esce tra il ’60 e il ’61 per quattro numeri, nei quali si fa educazione popolare. Si affrontano temi rilevanti (i processi di liberazione dei popoli coloniali, l’Algeria, la scuola ecc.) con “link” ai riferimenti geografici, storici, linguistici ecc. Il quarto numero è dedicato alla difesa della Scuola pubblica statale e provoca l’irritazione di don Milani, perciò - complice la mancanza di finanziamenti – l’esperienza si conclude.
Nella situazione internazionale del dopoguerra che vede la “guerra fredda” e la proliferazione nucleare in Europa e la guerra “calda” e per procura nelle periferie dell’Occidente, Capitini si rende conto che l’impegno politico centrale in questo “varco della storia” è la promozione della pace e del disarmo. Ancora una volta a partire da un compito educativo/formativo, che sviluppa attraverso alcune tappe fondamentali:
I. la costituzione del Centro per la Nonviolenza di Perugia, dopo il Convegno internazionale svolto il 30 gennaio 1952 a cui partecipano alcune tra le più importanti personalità pacifiste e nonviolente del tempo;
II. la realizzazione della Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli, da Perugia ad Assisi, del 24 settembre del 1961, con la quale convoca in “assemblea itinerante”, per la prima volta, “il popolo della pace”, quale soggetto storico autonomo dai partiti;
III. immediatamente derivata dalla Marcia è la fondazione del Movimento Nonviolento, che comincia allora il proprio impegno organizzativo per diffondere la nonviolenza sui territori e si preoccuperà di promuovere, tra le altre cose, le Marce successive alla morte di Capitini (www.nonviolenti.org);
IV. Poi, nel 1964, Aldo Capitini fonda la rivista “Azione nonviolenta”, per porre “un centro in questo lavoro” che, come scrive sul primo numero, “sarà informativo, teorico, pratico-formativo...perché la nonviolenza è infinita e creativa nel suo sviluppo” .
Queste iniziative coerenti e concatenate hanno per Capitini una dimensione insieme politica ed educativa, perché centrate sull'apertura alla consapevolezza che è fondamento dell'azione la quale, in quanto nonviolenta, tende a sviluppare nuove persuasioni. Rispetto alla Marcia si domanda:
“come avrei potuto diffondere la notizia che la pace è in pericolo, come avrei potuto destare la consapevolezza della gente più periferica, se non ricorrendo all'aiuto di altri e impostando una manifestazione elementare come è una marcia?...Sapevo bene che gli aiutanti e i partecipanti non sarebbero stati in gran parte persuasi di idee nonviolente; lo sapevo benissimo ma...si presentava l'occasione di mostrare che la nonviolenza è attiva e in avanti, è critica dei mali esistenti, tende a suscitare larghe solidarietà e decise noncollaborazioni, è chiara e razionale nel disegnare le linee di ciò che si deve fare nell'attuale difficile momento.10”
Nell'attuale difficile momento, nel 1961 come nel 2011.
1. Libreria Feltrinelli, Milano, p. 12
2. “Un altro merito del metodo nonviolento è che può essere usato dai deboli, dagli inermi, dalle donne, dai giovanissimi: basta che abbiano un animo coraggioso”, Aldo Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia, Firenze, p. 408
3. Ibidem p. 407
4. Introduzione a Aldo Capitini, “opposizione e liberazione”, l'ancora del mediterraneo, Napoli, p. 9
5. Guido Calogero scriverà: “Abitava in uno dei palazzi più belli del mondo, perché stava nella soffitta del palazzo comunale di Perugia e dalla finestra del suo studio lo sguardo spaziava sull'Umbria. Ma questo suo studiolo era largo un metro e mezzo per due; e quando lo arrestarono e lo rinchiusero in una cella delle Murate di Firenze, credo che abbia avuto la sensazione di trovarsi una stanza troppo grande" (citato da Capitini in “Antifascismo tra i giovani”, Célébes, Trapani, p. 63)
6. Capitini riporta il breve dialogo che si svolse tra i due: “mi fece chiamare per salutarmi, e mi disse:<
7. Oggi si trova in Aldo Capitini, “Liberalsocialismo”, Edizioni e/o, Roma
8. Aldo Capitini, “Il potere di tutti”, La Nuova Italia, Firenze, p. 87/bis
9. Oggi si trova in “opposizione e liberazione”, cit. p. 104
10.Aldo Capitini, “In camino per la pace”, Einaudi, Torino, pp. 13-14
domenica 11 settembre 2011
Lettera aperta a Marino Sinibaldi, Direttore di Radio3Rai

Gentile Direttore Marino Sinibaldi,
sono un appassionato ascoltatore di Radio3Rai. Anzi, le confesso che la programmazione culturale di questa ottima radio pubblica, insieme alle possibilità di informarsi fornite da internet e dai social network, mi ha aiutato a liberarmi definitivamemnte da quella "ladra di tempo e cattiva maestra" televisione (e, successivamente, di firmare la "dichiarazione di dipendenza" da Radio3 promossa da Alessandro Bergonzoni...).
Sia il mio apparecchio radio di casa che quello in automobile sono costantemente sintonizzati sulle frequenze mhz 98.50 e, compatibilmente con il lavoro e gli altri impegni, seguo le trasmissioni e le dirette della "nostra" Radio. Ne ho apprezzato altresì lo sforzo della Sua direzione per portare il più possibile Radio3 tra la gente con le dirette dai luoghi in cui accadono le cose importanti, oltre i Festival Letteratura di Mantova e Filosofia di Modena-Carpi-Sassuolo, (ero presente alle dirette dal cortile di Palazzo Re Enzo a Bologna il 2 agosto dell'anno scorso e dal Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia il 7 gennaio di quest'anno), e di dedicare l'intera programmazione di alcune giornate ad avvenimenti speciali, come oggi al Decennale dell'11 settembre 2001 e domani all'avvio del nuovo anno scolastico.
Per tutte queste ragioni mi aspettavo una preparazione della "nostra" Radio a seguire, a suo modo, un avvenimento che è, insieme, celebrazione di un importante cinquantenario del nostro Paese ed evento culturale e politico in sè: la Marcia per la pace e la riconciliazione dei popoli che si svolgerà il 25 settembre, da Perugia ad Assisi, nel 50° anniversario di quella voluta, promossa e organizzata da Aldo Capitini nel 1961.
Quella prima Marcia segnò l'ingresso nella storia repubblicana di un nuovo soggetto storico, autonomo dai partiti, il "popolo della pace", per il quale Aldo Capitini (affiancato da Arturo Carlo Jemolo, Guido Piovene, Renato Guttuso ed Ernesto Rossi) lesse dalla Rocca di Assisi la famosa "Mozione del popolo della pace". Quel popolo che, pur con alterne fortune, non sarebbe più uscito dalla scena e, di nuovo, si manifesterà il 25 settembre sulla strada che conduce dai Giardini del Frontone di Perugia alla Rocca di Assisi.
Alla marcia del 1961, che fu marcia di popolo, partecipò il fior fiore dell'intellighenzia italiana. Oltre ai già citati intellettuali, ricordiamo Giovanni Arpino, Walter Binni, Goffredo Fofi, Edmondo Marcucci, Beniamino Segre, Norberto Bobbio, Itallo Calvino, Franco Fortini, Gianni Rodari, Fausto Amodei...Pier Paolo Pasolini, che pure non partecipò, scrisse su "Vie Nuove" del 4 gennaio 1962: "quella Marcia della Pace è stata il fenomeno politico italiano più interessante dell'anno. Una specie di riproposta, modernissima, del CLN". Tutti ne diedero preziose testimonianze scritte, raccolte da Capitini nel volume "In cammino per la pace", edito da Giulio Einaudi nel 1962. E' lo spaccato di un'altra Italia, intellettuale e popolare che, per la prima volta prendeva direttamente la parola sul tema della pace, cosa "troppo importante perchè possa essere lasciata nelle mani dei governanti", come si legge sulla "Mozione del popolo della pace".
La dimensione storica dell'evento, in piena guerra fredda e a poche settimane dalla costruzione del "muro di Berlino", con le sue "onde" che giungono fino a noi attraverso le venti Marce organizzate da allora (le prime a cura del Movimento Nonviolento, anch'esso fondato da Capitini, le successive a cura della Tavola della Pace), e l'urgenza del tema della pace oggi, con il nostro Paese impegnato in "guerre calde" consecutivamente da vent'anni, con la Costituzione italiana che "ripudia la guerra" ma viene invece essa bellamente ripudiata, con la spesa pubblica militare che aumenta inesorabilmente mentre viene drasticamente tagliata la spesa pubblica generale, compresa quella per la cultura...l'insieme di queste dimensioni storica, culturale e politica racchiuse nella marcia Perugia-Assisi del prossimo 25 settembre avrebbero, a mio avviso, meritato un'attenzione da parte della "nostra" Radio di cui non trovo traccia nella programmazione annunciata.
Spero di essere stato distratto.
Cordiali saluti
Reggio Emilia, 11 settembre 2011
Pasquale Pugliese
segreteria nazionale del
Movimento Nonviolento
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