giovedì 29 luglio 2010

Teoria e pratica della nonviolenza tra mafie e razzismo

Un'esperienza di vacanza formativa a Tropea

Dal 9 al 12 settembre l'associazione "Antigone" propone un'esperienza di “vacanza-formativa” con un breve ciclo d'incontri di riflessione e studio dal titolo "Teoria e pratica della nonviolenza tra mafie e razzismo"
ed un soggiorno estivo, a metà tra collina e mare, tra i colori e la tranquillità della campagna calabrese e a 5' dal litorale tirrenico e da Tropea.

L'arrivo è previsto nel pomeriggio di giovedì 9 e la partenza nel pomeriggio di domenica 12.
Nei giorni 10/11/12 al mattino gli ospiti potranno partecipare agli incontri/laboratori di studio, dopo pranzo potranno autonomamente organizzare la propria vacanza.
I laboratori saranno guidati dal formatore Pasquale Pugliese
www.pasqualepugliese.blogspot.com

Gli ospiti alloggeranno in due casette immerse nel verde, con ingresso autonomo, ampio giardino, veranda e posto auto, situate sulla provinciale per Brattirò di Drapia:

- la prima casetta comprende 2 camere triple ben arredate, doppi servizi con box-doccia, cucinotto e soggiorno con TV satellitare;
- la seconda casetta è provvista di 3 camere doppie confortevoli, cucina ben arredata e bagno con box-doccia; i posti letto sono in totale 12.

Il costo è di 150 euro a persona,
e comprende alloggio, 11 ore di laboratorio formativo, coffee break, pranzo conviviale, consumi (gas-luce) e biancheria per la camera (esclusa la biancheria per il bagno).

Per contatti e prenotazioni: giusi.pugliese@gmail.com - cellulare: 340 8428029
- E' possibile prenotare fino al 20 agosto versando un anticipo di 30 euro -
Sconti del 15% su eventuali prenotazioni per la settimana successiva da parte degli ospiti che vorranno prolungare la propria vacanza a Tropea.

Programma dei laboratori:
Teoria e pratica della nonviolenza tra mafie e razzismo
E’ necessario dunque impegnarsi con la gente a produrre fatti nuovi, a tutti i livelli, che diano a ciascuno esperienza che, e come, è possibile il cambiamento; e suscitare occasioni di vera comunicazione tra persone di cultura e di vita diversa.
Danilo Dolci

Giovedì 9 settembre
nel pomeriggio, entro le h. 19.00

- arrivo e sistemazione dei partecipanti


Venerdì 10 settembre

h. 9.30 – 13.00 laboratorio:

- introduzione alla teoria e pratica della nonviolenza

h. 13.00 pranzo conviviale

pomeriggio, cena e serata liberi

Sabato 11 settembre
h. 9.30 –13.00 laboratorio:

- i conflitti interculturali e la lotta al razzismo

h. 13.00 pranzo conviviale

pomeriggio, cena e sera liberi


Domenica 12 settembre

h. 9.30 – 13.30 laboratorio

- la nonviolenza nella lotta alle mafie

h. 13.00 pranzo conviviale

pomeriggio: saluti e partenze


partecipanti (per la buona riuscita del laboratorio): min: 8.

lunedì 12 luglio 2010

“Io e gli altri”: la scuola e il razzismo dei giovani italiani.

di Pasquale Pugliese

(articolo pubblicato sul numero di luglio 2010 della rivista "Azione nonviolenta")


Nel febbraio scorso è passata sotto silenzio la presentazione alle Camera dei Deputati di una interessante ricerca promossa dalla Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative regionali, e commissionata all’istituto di ricerca SWG, sul tema “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti”. Dall’indagine, che ha coinvolto 2085 intervistati in tutta Italia tra i 18 e i 29 anni ( http://www.parlamentiregionali.it/documenti/ricerche/ricerche.php ), emerge una realtà che tutti coloro che frequentano il mondo della scuola avevano già percepito: l’enorme espansione di sentimenti e atteggiamenti razzisti tra i giovani. Tuttavia i curatori della ricerca avvertono che rispetto al passato non ci troviamo più di fronte a un’ideologia politica o una teoria pseudoscientifica a supportare gli atteggiamenti razzisti: a manifestarsi è, spesso, un sentimento di fastidio nei confronti del diverso che potremmo definire “istintuale”, dettato da ragioni di ordine emotivo, pseudo-sicuritario e a-razionale. Questo sentimento di fastidio e antipatia, man mano crescente in riferimento ai gruppi nazionali/culturali indicati, raggiunge picchi fino al 47 % degli intervistati (quasi uno su due) nei confronti della categoria indistinta mediorientali/arabi/musulmani e addirittura fino al 69 % (ossia oltre due giovani su tre) nei confronti delle popolazioni rom e sinta.
Poiché la giovane età degli intervistati indica un campione da poco uscito dal circuito scolastico, accanto ai molti discorsi che si potrebbero fare sui piani sociologico, culturale e politico, mi sembra giusto segnalare come i dati che emergono da questa ricerca indicano il fallimento di un approccio pedagogico e organizzativo della scuola italiana che ha gestito il tema migrazione/intercultura all’interno di uno spettro che va dalla gestione dell’emergenza tutte le volte che in classe arriva un ragazzo straniero, alla costituzione "de facto" di classi ghetto fino - nel migliore dei casi - ai percorsi di integrazione degli alunni immigrati. Per sviluppare un ragionamento a commento dalla Ricerca indicata, tralasciamo le posizioni esplicitamente incapaci/escludenti nella gestione del fenomeno migratorio all’interno della scuola (rimandando ai molti approfondimenti disponibili su questo tema, tra i quali “l’inchiesta del mese” sul numero di “Animazione sociale” di gennaio 2010 su L’integrazione dei ragazzi stranieri alle superiori) e ci concentriamo sui tentativi messi in atto nelle scuole “virtuose”. Cioè in quelle scuole che rivolgono le giuste attenzioni nei confronti di chi arriva e deve essere accolto, costruendo protocolli di accoglienza, laboratori linguistici e quant’altro previsto dalle buone prassi, ma che non si sono preoccupate di mettere a fuoco un’idea di intercultura come educazione alla convivenza interculturale, ossia come processi di apprendimento diffuso di nuove competenze relazionali, all’altezza dei saperi necessari nell’epoca della complessità. Necessari per tutti, a cominciare dai ragazzi italiani. Si continua a parlare di integrazione degli alunni stranieri, intendendo di fatto favorire il loro processo di assimilazione all’interno di un contesto dato, senza mettere quasi mai in discussione quel contesto e la parzialità dei saperi di coloro che già lo abitavano. Si chiede a chi arriva di integrarsi, ma non si chiede (e non si insegna) a chi c’era già di imparare a con-vivere con le molteplici differenze. Si dimentica in questo modo uno dei capisaldi dei processi di costruzione della convivenza pacifica: la reciprocità. E si lasciano i giovani italiani senza anticorpi culturali di fronte alla “pedagogia razzista” diffusa ampiamente e costantemente dai mezzi di trasmissione e costruzione del senso comune.
Eppure, già nel 2007, al tempo del secondo governo Prodi si era tentato di delineare una “via italiana per la scuola interculturale”, articolata all’interno di un importante documento nel quale è scritto che scegliere l’ottica interculturale significa non limitarsi a mere strategie di integrazione degli alunni immigrati (…). Si tratta, invece, di assumere la diversità come paradigma dell’identità stessa della scuola nel pluralismo, come occasione per aprire l’intero sistema a tutte le differenze (…) promuovendo il confronto, il dialogo ed anche la reciproca trasformazione, per rendere possibile la convivenza ed affrontare i conflitti che ne derivano. (http://archivio.pubblica.istruzione.it/news/2007/allegati/pubblicazione_intercultura.pdf ). Ma, com’è avvenuto per un analogo documento emanato dal Ministero nello stesso periodo (ottobre 2007) sul tema parallelo dell’educazione alla pace (“Linee guida per l’educazione alla pace”), anche questo, seppur non abrogato formalmente, è rimasto lettera morta e sepolta, da tutte le contro-riforme razziste che sta mettendo in campo il governo attuale dentro e fuori dalla scuola.

sabato 26 giugno 2010

Si raccolgono i frutti velenosi della "pedagogia" della barbarie

di Pasquale Pugliese

(articolo pubblicato su "Azione nonviolenta", giugno 2010)

Che sia in atto da tempo nel nostro paese una “pedagogia” razzista di massa, di cui la Lega è la punta più “avanzata”, è un fatto rilevato dagli studiosi più attenti alle dinamiche sociali e culturali (vedi, tra gli altri, Annamaria Rivera Regole e roghi. Metamorfosi del razzismo. Edizioni Dedalo 2009). Così come la ricaduta di questo processo sul piano elettorale è sotto gli occhi di tutti. A tal proposito scrive ancora la Rivera a commento del risultato delle ultime elezioni regionali: “Le ragioni della disfatta del centrosinistra, e ancor di più della sinistra che si vuole alternativa, stanno anzitutto nell'incapacità di comprendere e analizzare questa mutazione. Non aver capito o voluto capire a suo tempo che la Lega Nord andava esercitando una pedagogia di massa”. (da La mutazione italiana su il manifesto, 31 marzo 2010).
Oggi questa “pedagogia” razzista ha le sue applicazioni anche nell’organizzazione scolastica, secondo una linea espressa con la consueta rozzezza ed efficacia dal fondamentalista padano Mauro Borghezio: “i padri devono capire che se vengono a procreare qui da noi gli effetti ricadono sui figli” (da La guerra ai bambini di Luca Telese su Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2010). E’ il capovolgimento dei principi affermati nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, ratificata dall’Italia nel 1991: “Gli Stati parti adottano tutti i provvedimenti appropriati affinché il fanciullo sia effettivamente tutelato contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivate dalla condizione sociale, dalle attività, opinioni professate o convinzioni dei suoi genitori, dei suoi rappresentanti legali o dei suoi familiari” (www.unicef.it.). Tale capovolgimento è il principio (sia nel senso di inizio che di fondamento) della barbarie, da cui discendono le applicazioni scolastiche.
Alcune applicazioni sono di carattere nazionale, per esempio il tetto del 30% dei bambini “stranieri” nelle classi, fissato dalla ministra Gelmini: questa norma è del tutto ideologica, perché indica la “stranierità” a partire dall’assenza della cittadinanza italiana, che si può conseguire solo dal diciottesimo anno di età, anche se si è nati in Italia e si parla perfettamente l’italiano…con l’accento locale. Infatti sono scattate subito alcune deroghe. Ma laddove si applicherà avrà un effetto punitivo nei confronti dei più deboli, perché costringerà i bambini ultimi arrivati, che avrebbero bisogno di un nuovo radicamento territoriale, a mendicare una scuola dove essere accolti, lontano da casa, in un altro quartiere, accompagnati da mamme spesso prive di mezzi di trasporto.
Altre applicazioni della barbarie sono di carattere locale e riguardano quei comuni (Milano, Bologna, Parma…) che hanno deciso di escludere i bambini più piccoli dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia, perché figli di genitori “clandestini”. Discriminandoli nel loro diritto di iniziare quel processo di socializzazione con tutti i bambini, fin dalla prima infanzia, necessario non solo a loro, ma al futuro stesso della nuova società italiana.
Ancora, con crudeltà è l’applicazione della barbarie quando discrimina i bambini tra coloro che possono o non possono mangiare all’interno della stessa scuola, a secondo che i loro genitori abbiano pagato o meno la retta. Come abbiamo appreso dall’eco mediatica suscitata da queste notizie riferite ad alcuni Comuni governati dalla Lega Nord, i bambini figli di genitori economicamente in difficoltà (prevalentemente figli di migranti) sono stati discriminati all’ora del pranzo, costretti a mangiare un panino (a Montecchio Maggiore, Vicenza) o ad allontanarsi dalla scuola (ad Adro, Brescia). I Sindaci piuttosto che provare a recuperare la somma dovuta agendo sui genitori, come si fa normalmente per una multa non pagata, hanno infierito direttamente sui bambini, sottratti al rito conviviale del pasto in comune con i loro compagni di classe.
Come ha avvertito qualche anno fa nel suo bel libro Giuliano Pontara (L’antibarbarie, EGA, 2006) siamo prepotentemente ripiombati sotto molti aspetti nell’epoca della barbarie e la nonviolenza ai diversi livelli – pedagogico, politico, culturale – deve sempre di più configurarsi come l’argine dell’anti-barbarie. Partendo anche dalle intuizioni educative di Aldo Capitini: “il bambino sta davanti a noi, non dietro di noi, anzi ci indica una realtà liberata dai limiti attuali”. (Oggi in L’educazione è aperta. Antologia degli scritti pedagogici a cura di Gabriella Falcicchio). Ossia, i bambini ci presentano un’esigenza avanzata di liberazione alla quale dobbiamo corrispondere operando oggi per la comunità aperta del futuro. Contro ogni barbarica chiusura.

domenica 16 maggio 2010

Destina il tuo 5 per mille al Movimento Nonviolento

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, al livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il Movimento persegue lo scopo della creazione di una comunità mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti. Le fondamentali direttrici d'azione del Movimento Nonviolento sono:

1. L'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono pratimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il Movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della libertà di informazione e di critica. Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuazione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

Per dare forza al Movimento Nonviolento destina il 5 x 1000

codice fiscale
93100500235

Scrivi il codice fiscale e metti la tua firma nell'apposito spazio della dichiarazione dei redditi

domenica 9 maggio 2010

A Reggio Emilia verso la Perugia-Assisi

Venerdi 14 maggio

presso il circolo Arci PiGal .
via Petrella 2 .
Reggio Emilia

In collaborazione con l’Agenzia Tempo Presente,
Pollicino gnus
e il Circolo Arci PiGal

Da Reggio ad Assisi (via Perugia)…in marcia per la pace.
1961-2010: Una storia lunga mezzo secolo.

Il 24 settembre 1961 prendeva il via la prima “Marcia per la Pace e la fratellanza
tra i popoli” voluta da Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento.
Da allora, quasi 50 anni fa, molti reggiani hanno percorso la strada che da Perugia
porta ad Assisi, incontrando il variopinto movimento per la pace italiano che ha
trovato in questo appuntamento un costante punto di riferimento. Ricavandone
linfa e motivazioni per l’impegno sul nostro territorio. In preparazione di questa
nuova edizione della Marcia, la Scuola di Pace – partendo dalla visione di un
breve fi lmato sulla Marcia del 1961 commentato da Gianni Rodari - propone
un momento di incontro tra tutti coloro che hanno animato nel passato e nel
presente il movimento per la pace a Reggio Emilia. E’ un appuntamento di
riflessione sull’impegno per la pace ieri e oggi, di memoria attraverso la visione documenti dell’archivio del movimento pacifista e nonviolento reggiano, di incontro con gli stands dei gruppi e delle associazioni che saranno presenti,
di festa e convivialità con musiche e danze, prima di partire ancora una volta per Assisi, via Perugia.

ore 18.00
Dopo la presentazione e la visione del documento fi lmato sulla prima Perugia-Assisi, e dopo una introduzione
a carattere storico a cura di Antonio Canovi sull’evoluzione del movimento per la pace nella nostra città
dagli anni ’60 in poi, saranno raccontate dai protagonisti, e intrecciate in una narrazione a più voci, alcune tra
le più importanti esperienze storiche e contemporanee del movimento per la pace reggiano:
- le azioni per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza e per l’obiezione
alle spese militari;
- il lavoro per il disarmo negli anni ‘80
- il movimento per la pace nel mondo cattolico;
- le lotte eco-pacifi ste contro le centrali nucleari;
- i momenti di mobilitazione contro le guerre degli anni ‘90 e 2000;
- i centri di documentazione per la pace;
- l’esperienza della “rete lilliput”;
- progetti, percorsi ed esperienze di formazione ed educazione alla pace ed alla
nonviolenza;
- la Scuola di pace

Durante il pomeriggio ci sarà un Saluto del Sindaco, Graziano Delrio.

ore 20.30
Cena conviviale (al costo di 10 euro a persona: è necessaria la prenotazione)

a seguire
Danze popolari dal mondo, con l’Associazione “Balliamo sul mondo”

venerdì 16 aprile 2010

Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: "più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo" (Alex Langer)

di Pasquale Pugliese

(articolo pubblicato su "Azione nonviolenta", aprile 2010)

Le relazioni interculturali, che sono prima di ogni altra cosa relazioni tra persone che fanno riferimento a valori, norme e pratiche costruite in contesti e cornici culturali differenti, portano con sé un gradiente ineliminabile di conflittualità, dovuto alla co-esistenza su uno stesso territorio di stili di vita in parte – reciprocamente - differenti. E poiché queste relazioni – che accompagnano da sempre la storia dell’umanità - caratterizzano anche l’attuale varco della società italiana, rendendola sempre più complessa, è necessario oggi più che mai elaborare saperi diffusi capaci di sostenere le relazioni conflittuali, mettendone a valore l’arricchimento reciproco, al di là degli elementi di scontro. Se ciò non avviene, il dato conflittuale diventa predominante, fagocita tutto il resto e genera diffusione di paure, di insicurezza e quindi di razzismo. E il razzismo, una volta innescato si fa pian piano sistema e si sviluppa sui vari livelli della discriminazione: quello “culturale” e mass mediatico, quello normativo e legislativo e infine quello direttamente agito sui corpi dei migranti, in un circuito in cui le varie dimensioni si alimentano e rinforzano reciprocamente. E questo è proprio ciò che sta avvenendo in questa fase in Italia.
Perciò, parafrasando san Paolo (e citando Joan Galtung, che individua i tre elementi necessari per operare la trasformazione dei conflitti), a proposito dei saperi oggi indispensabili, potremmo dire: "queste sono le cose che rimangono: la nonviolenza, la creatività e l’empatia, ma (nei conflitti interculturali) tra tutte la più importante è l’empatia".

L’empatia per una convivenza dialogica
La filosofa Laura Boella, nel suo interessante lavoro sul "Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia" (Raffaello Cortina Editore, 2006) così definisce questo sapere: "l’empatia è l’atto attraverso cui ci rendiamo conto che un altro, un’altra, è soggetto di esperienza come lo siamo noi: vive sentimenti ed emozioni, compie atti volitivi e cognitivi. Capire quel che sente, vuole e pensa l’altro è elemento essenziale della convivenza umana nei suoi aspetti sociali, politici e morali. E’ la prova che la condizione umana è una condizione di pluralità: non l’Uomo, ma uomini e donne abitano la Terra". Questo atto è possibile solo attraverso l’incontro con l’altro, scoprendosi inevitabilmente dentro la relazione. E la Boella alcune pagine più avanti aggiunge: "l’emozione dell’ incontro è questo: lo sconvolgimento, lo stupore, la sorpresa derivanti dal nascere di una ricerca destata dall’apparizione dell’altro". Naturalmente, quanto più l’altro è altro, differente e portatore di differenze, tanto maggiore sarà lo sconvolgimento e tanto più sarà necessario operare una "ricerca", ossia apprendere a praticare l’empatia. Che, detto con una metafora corrente, significa mettersi nei suoi panni, "mettersi nei panni dell’altro".
Ma anche nell’empatia vi sono diverse gradazioni: c’è un livello massimo che coincide con la santità come praticata dal poverello di Assisi, Francesco, che sveste i suoi panni di ricco borghese e di cavaliere armato, per vestire - realmente - i panni degli altri del tempo, "i minores", i più poveri (e con questi nuovi panni può andare anche a trovare un altro altro, il sultano d’Egitto); o un livello di pari grandezza che è quello di Gandhi che sveste progressivamente i panni di avvocato dell’Impero britannico per cucire - realmente - e vestire i panni degli altri, della moltitudine dei poveri indiani. Ma all’interno delle relazioni interculturali non a tutti è chiesto di eguagliare questi livelli massimi di empatia: è sufficiente provare ad uscire dalle proprie cornici culturali, a decentrarsi dal proprio egocentrismo (o “egotismo”, come direbbe Aldo Capitini), cercando di guardare il mondo anche con gli occhi degli altri. A capire, e rispettare, il loro punto di vista sulle cose, anche se molto distante dal nostro. Ciò corrisponde alla 3^ regola dell’”arte di ascoltare”, delle sette proposte da Marianella Sclavi: "se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva" ("Arte di ascoltare e mondi possibili", Bruno Mondatori editore, 2003). Anche se non parla la tua lingua ed ha una prospettiva completamente differente. Nasce da qui la possibilità dell’unica convivenza possibile nel tempo della globalizzazione, della complessità e dei conflitti, quella che Ramin Jahanbegloo (autore di "Leggere Gandhi a Teheran". Marsilio 2008) chiama la "convivenza dialogica".

Guardare gli altri senza empatia
Altrimenti, senza il filtro relazionale dell’empatia, l’incontro con gli altri, piuttosto che convivenze dialogiche, genera l’avvio di quei meccanismi di difesa ed esclusione studiati dagli psicologi sociali (vedi per esempio di Giuseppe Mantovani "Intercultura". Il Mulino 2004 e "L’elefante invisibile". Giunti 2005) che portano dalle categorizzazioni mentali agli stereotipi, dagli stereotipi ai pregiudizi e dai pregiudizi alla discriminazione, cioè al razzismo. Senza scomodare le vicende più tragiche e terribili della storia del ‘900, che hanno avuto come motore proprio le ideologie fondate sul razzismo, questa narrazione dell’incontro non empatico con gli altri è possibile trovarlo nel cuore stesso delle società democratiche:
"generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche de legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra di loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini sempre anziani invocano pietà con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro…"
Questo testo di circa un secolo fa (citato da Marco Aime in "La macchia della razza". Ponte alle Grazie 2009), non parla degli albanesi o dei rumeni o dei rom, bensì degli italiani visti dall’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli USA nel 1912. Ma lo sguardo privo di empatia, tendente a costruire un modello umano altro, alieno, inchiodato alla sua “naturale” ed irriducibile differenza, senza alcun tentativo di com-prensione delle ragioni che fondano agiti e comportamenti presenti in tutti processi migratori, è lo stesso con il quale vengono sbrigativamente riassunti oggi in Italia i tratti degli “extracomunitari” e dei “clandestini”, parole passpartout e offensive volte, più che a definire i migranti, a segnalarne l’essenziale “alienità” e minacciosità.
Ciò non è dovuto solo al tradizionale “provincialismo” della società italiana, che adesso si scopre multiculturale ma impreparata sui saperi della complessità, bensì risponde ad una precisa strategia mediatica che fa della costruzione ed alimentazione della paura un business politico: più la gente ha paura più è alimentato il suo bisogno di sicurezza, che viene venduto dalla destra egemone sul mercato del consenso elettorale. E’ la strategia della paura, che per vivere ed alimentarsi ha bisogno della definizione di una riconoscibile minaccia interna.

La costruzione della minaccia interna: due ricerche
La strategia della paura prevede la costruzione quotidiana dell’insicurezza attraverso quella che il “Terzo rapporto sulla sicurezza in Italia” ( realizzato da Demos per la Fondazione Unipolis, in collaborazione con Osservatorio di Pavia), presentato nello scorso gennaio dal suo coordinatore Ilvo Diamanti, definisce la “bolla dell’insicurezza mediatica”, di cui se ne possono apprezzare i contorni mettendo a confronto i telegiornali italiani ed europei:
"dal confronto sulla criminalità tra i principali telegiornali pubblici e privati europei di Italia,
Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna nel periodo 2008-2009 si ricavano alcune significative peculiarità :
− la quantità di notizie relative alla criminalità in Italia è superiore a quella degli altri paesi
europei, soprattutto nelle reti pubbliche. Il Tg1 ha il doppio di notizie del Tg spagnolo e
venti volte in più rispetto al telegiornale tedesco;
− la pagina della criminalità in Italia è costante, l’agenda dei telegiornali francesi, inglesi,
tedeschi e spagnoli non rileva la presenza quotidiana di notizie criminali. L’agenda di quelli
italiani, invece, prevede almeno due notizie di criminalità tutti i giorni;
− la copertura mediatica della criminalità “comune” è una peculiarità dei telegiornali
italiani; nei telegiornali degli altri paesi europei, notizie di furti, rapine, incidenti
automobilistici non trovano rappresentazione, viceversa in quelli italiani i reati comuni
occupano circa il 60% di tutta la pagina dedicata alla criminalità".
(si può scaricare una versione sintetica della ricerca dal sito www.demos.it)
Per cui, seppur i reati contro la persona in Italia sono in costante calo da molti anni, la percezione diffusa è che vi sia invece un pericolo costante in agguato per tutti e per ciascuno all’interno delle nostre città. Il passo successivo nella strategia della paura è identificare nei migranti i soggetti portatori della minaccia. I quali, nelle rappresentazioni mediatiche non hanno volto e voce, non esistono, se non quando possono essere identificati come devianti e/o coinvolti in fatti di cronaca nera. Questo si evince chiaramente da un’altra indagine, la “Ricerca nazionale su immigrazione e asilo nei media italiani”, di qualche settimana anteriore alla precedente (dicembre 2009), a cura della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma, diretta da Mario Porcellini, che nell’introduzione tra le altre cose scrive:
"il ritratto delle persone straniere immortalato dai media si può così riassumere: è spesso un criminale, è maschio (quasi all’80%) e la sua personalità è schiacciata sul solo dettaglio della nazionalità o della provenienza “etnica” (presente spesso nel titolo delle notizie). (…) L’immigrazione viene raramente trattata come tema da approfondire e, anche quando ciò avviene, è accomunata alla dimensione della criminalità e della sicurezza. Anzi, la congiunzione e sovrapposizione del fenomeno migratorio e della sicurezza appare il paradigma interpretativo privilegiato dai media nei loro racconti delle attuali dinamiche in atto nel contesto italiano (…) Le parole, dunque, contribuiscono a tematizzare la presenza degli immigrati in Italia con un riferimento forte alla minaccia costituita dagli stranieri alla sicurezza degli italiani".
(si può scaricare una versione sintetica della ricerca dal sito www.unhcr.it)
La saldatura di insicurezza e migrazione nella percezione diffusa dell’opinione pubblica è dunque il lievito del razzismo.

Più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo
Che fare di fronte a questa strategia della paura che, attraverso la costruzione di una identificabile minaccia interna, fonda in Italia un sistema razzista sempre più ramificato ed articolato? Insieme alle necessarie lotte antirazziste a fianco delle vittime della discriminazione, Alex Langer ci indica la strada di un vero e proprio “programma costruttivo”, che fonda i saperi della con-vivenza, ossia della relazione empatica e dialogica tra differenti: "conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire". In mancanza di strumenti mediatici positivi altrettanto potenti di quelli che diffondono insicurezza e paura, è solo attraverso la conoscenza diretta della realtà e delle persone in carne ed ossa che in essa vivono che è possibile ridimensionare, e forse infine bucare, la “bolla mediatica” che ne dà una rappresentazione distorta e minacciosa. Solo conoscendosi, incontrandosi, comunicando e facendo delle cose insieme, si scoprirà che l’altro è prima di tutto un essere umano e che nessuno (se non i fondamentalisti di qualunque latitudine, padana e no) ha un’identità unica, ferma e irriducibile, ma tutti – personalmente e collettivamente - siamo in evoluzione verso una nuova civiltà, che come tutte le precedenti sarà meticcia. "La convivenza", scrive Langer a commento del terzo punto del “Decalogo per la convivenza inter-etnica”, "offre e richiede molte possibilità di conoscenza reciproca. Affinché possa svolgersi con pari dignità e senza emarginazione, occorre sviluppare il massimo possibile livello di conoscenza reciproca. “Più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo”, potrebbe essere la controproposta allo slogan separatista"…e razzista.

lunedì 12 aprile 2010

Si scrive sicurezza si legge razzismo. Ecco la politica della paura

di Pasquale Pugliese

(articolo pubblicato su "Azione nonviolenta" n. 7/2009)

Sicurezza. Una parola alla deriva

La parola sicurezza, che tecnicamente significa protezione dai pericoli e dalla paura, ha spesso subito nel linguaggio politico un destino analogo a quello di altre parole (per esempio pace o libertà) che hanno avuto una costante deriva semantica che le ha infine ribaltate nel loro contrario. Creando un danno irreparabile non solo alla lingua, che sarebbe il meno, ma nella pratica delle relazioni umane.
Fino alla caduta del muro di Berlino, nelle relazioni internazionali, si diceva di sicurezza e si intendeva la corsa agli armamenti. Ossia si mascherava dietro alla retorica della sicurezza la follia di una continua escalation nucleare che avrebbe potuto – anziché proteggere le persone dai pericoli – distruggere più volte l’umanità. I blocchi politico-militari contrapposti sono infine crollati nell’89, ma il pericolo nucleare è rimasto ancora oggi incombente sulla testa di tutti. Senza sicurezza per nessuno.
Dopo il 2001, con un altro crollo, questa volta quello delle torri gemelle di New York l’ideologia della sicurezza si trasforma ancora nel suo contrario: nell’alimentazione della paura, derivante non più da un “pericolo rosso” ma da un supposto “pericolo islamico”. Come ciò sia avvenuto in maniera scientifica e deliberata è raccontato, tra gli altri, da Loretta Napoleoni e Ronald J. Bee nel loro libro I numeri del terrore. Perché non dobbiamo avere paura (Il Saggiatore, 2008) che così inizia: “tutti sanno che i terroristi fanno leva sulla paura per raggiungere i loro scopi, pochi però sono consapevoli che i capi di stato ricorrono alla medesima tattica. E non si tratta di un fenomeno nuovo: la politica della paura è una strategia subdola orchestrata per raccogliere consensi, spesso per imporre politiche altrimenti impopolari.” Nel nome della sicurezza, s’intende. E continua qualche pagina più avanti: “il timore di un nemico tanto potente e malvagio è penetrato velocemente nella nostra società e ci ha convinti che in quanto singoli siamo tutti suoi bersagli. Attorno a questa psicosi i politici e i media hanno costruito a tavolino la <>”.
Rinforzata anche da questa incalzante e globale “politica della paura”, in Italia la parola sicurezza ha subito un’ulteriore deriva negativa: è diventata sinonimo di insofferenza, intolleranza, odio ed infine repressione nei confronti degli immigrati. Questa nuova retorica della sicurezza sta segnando i passaggi della costruzione del nuovo razzismo in atto in questo momento in Italia, sia su un piano ideologico che legislativo. Le dichiarazioni dei massimi vertici del governo italiano – amplificate, ribadite e rinforzate dai media di regime - sono infatti altrettanto pericolose dei vari “decreti sicurezza” perché definiscono i contorni di una vera e propria “pedagogia razzista”, che incanala contro i più deboli ed indifesi la “paura liquida” (Bauman) che pervade la vita precaria di molti. E mentre le leggi potranno forse in futuro essere modificate da una diversa maggioranza politica, i danni di questa pedagogia negativa rimarranno a lungo. Del resto non è un fatto nuovo nella storia d’Europa: anche la crisi finanziaria del 1929 fu il pretesto per scaricare su un altro “altro” – gli ebrei – le responsabilità della catastrofe economica, costruire l’ideologia antisemita e, con essa, aprire le porte alla scalata al potere del nazismo.
“Non vogliano un’Italia multietnica” (presidente del consiglio, Berlusconi); con i clandestini “bisogna essere cattivi” (ministro dell’interno, Maroni); sui tram di Milano “posti riservati ai milanesi ed alle persone perbene” (deputato al parlamento, Salvini), perché “Milano sembra una città africana” (ancora Berlusconi): sono solo alcune delle formule utilizzate dai vertici del potere italiano, in queste ultime settimane, per delineare la costituzione materiale razzista del nostro paese – antitetica a quella in vigore - incontrando il favore di una parte consistente (e nel Nord-Est maggioritaria) delle “gente” a cui si rivolgono e da cui - proprio per questo - ricevono il consenso.


La vere “emergenze sicurezza”

Dunque, è proprio il razzismo una della vere “emergenza sicurezza” presenti oggi in Italia, che si aggiunge e, in qualche modo, si salda con le altre vere “emergenze sicurezza”, che mettono seriamente in pericolo la tenuta democratica del nostro paese. Ma di queste il governo non si occupa. O, se lo fa, è – come per il razzismo - per aggravarle.
Proviamo a metterne brevemente a fuoco almeno altre tre.

1. Le mafie
Ormai (come ha scritto nella propria relazione l’ultima Commissione parlamentare antimafia che ne ha redatta una, quella guidata da Francesco Forgiane nella precedente legislatura) in alcune regioni italiane lo Stato ha completamente ceduto il proprio potere alle mafie. Per esempio, in Calabria bisogna constatare che è ormai lo Stato che si deve «“infiltrare” nel tessuto sociale, mentre, viceversa, l’infiltrazione ’ndranghetista nelle amministrazioni pubbliche (Comuni, Asl, Regione) le consente di “controllare” in modo sistematico il flusso economico degli appalti pubblici, della sanità, dei finanziamenti nazionali ed europei». A partire da questo dominio praticamente incontrastato nei territori d’origine, la ‘ndrangheta si proietta con prepotenza nel circuito economico e politico nazionale e internazionale fino a diventare “l’unica organizzazione mafiosa ad avere due sedi; quella principale in Calabria, l’altra nei comuni del centro-nord Italia oppure nei principali paesi stranieri”. Una mafia “liquida” (Bauman) nella sua capacità espansiva e colonizzatrice e nello stesso tempo arcaica nella sua violenza efferata, la cui “diffusione planetaria si accompagna a un’intensificata ossessione per il controllo (militare, politico, amministrativo, affaristico) dei territori di competenza”.
Ma questo terrificante scenario nazionale e questa nostra vera – questa sì - invasione internazionale non è una priorità né sui mezzi di comunicazione né nelle agende della politica.

2. L’analfabetismo
Rispetto a quest’altra emergenza, che come la mafia dovrebbe riguardare il passato remoto del nostro paese ma invece riguarda drammaticamente il nostro presente e il nostro futuro, riporto alcuni stralci di un articolo del linguista Tullio de Mauro pubblicato sul n. 734 di Internazionale del 6 marzo 2008, che analizza l’esito di alcune ricerche internazionali.
“Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra
dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare
qualche cifra. Trentatre superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”. E continua, “tra i paesi partecipanti all’indagine l’Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori. I dati sono stati resi pubblici in Italia nel 2001 e nel 2006. Ma senza reazioni apprezzabili da parte dei mezzi di informazione e dei leader politici”.
Il razzismo crescente nei discorsi del governo e nei suoi decreti legge, che trova consensi enormi tra le persone che non distinguono tra le vere e le false emergenze sicurezza, non ha forse a che fare con questa condizione di analfabetismo di massa?

3. L’informazione
Ogni anno, il 3 maggio, in occasione della Giornata Internazionale della Libertà di Stampa, l’associazione no-profit statunitense Freedom House (fondata da Eleanor Roosvelt) stila un rapporto sulla libertà di stampa nel mondo relativo a 195 paesi. Di questi i primi 70 sono giudicati “liberi”, i successivi 61 sono “parzialmente liberi”, gli ultimi 64 sono “non liberi”. Per la prima volta, quest’anno l’Italia scivola al 73esimo posto collocandosi tra i paesi “parzialmente liberi”, unico paese dell’Unione Europea. Nel comunicato della Ong si legge, tra le motivazioni, che l’Italia è stata declassata per “le limitazioni imposte dalla legislazione, per l'aumento delle intimidazioni nei confronti dei giornalisti da parte del crimine organizzato e di gruppi dell'estrema destra, e a causa di una preoccupante concentrazione della proprietà dei media”. Se l’Italia fosse un paese libero questo giudizio di un’organizzazione indipendente internazionale sarebbe considerato dall’opinione pubblica un attentato alla democrazia e, in ultima analisi, alla sicurezza dei cittadini, ma poiché siamo, appunto, “parzialmente liberi” anche questa informazione è passata praticamente inosservata.


Solo la nonviolenza può dare vera sicurezza

La continua manipolazione politico-mediatica - che fa buon uso del sostanziale analfabetismo degli italiani e rende l’Italia un paese “parzialmente libero”, oltre che dominato in parte dalla mafia che esportiamo in giro per il pianeta - distoglie l’attenzione dalle vere “emergenze sicurezza” e, attraverso la “politica della paura”, la indirizza contro la presenza degli immigrati, alimentando così un’ulteriore emergenza reale, il razzismo diffuso, fondato sulla precarietà economica ed esistenziale e sulla solitudine delle persone. “La solitudine fa crescere la paura” scrive Marco Aime “e ci inventiamo un nemico comune per credere di essere uniti e solidali” (La macchia della razza, Ponte alla grazie, 2008). La paura dell’altro, in realtà, fa aumentare il senso di insicurezza che crea dell’altra paura in un circuito perverso e senza fine. Che infine genera mostri sociali e politici.
Questo circuito perciò va interrotto, prima che sia troppo tardi.
Ancora una volta credo che la nonviolenza ci possa aiutare. Sia nella lotta contro la legislazione razzista che si sta impiantando in Italia, sia nella costruzione di una pedagogia positiva, rivolta agli adulti ancor prima che ai ragazzi, alternativa rispetto a quella egemonica che sta facendo assumere agli italiani “un volto spietato e crudele, egoista e violento” (Raniero La Valle, Nuovo volto crudele, Rocca, 11/2009).
Rispetto alle forme di lotta, l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile rimangono i principali strumenti di azione per quei cittadini italiani che sentono ancora la responsabilità di opporsi a quanto sta avvenendo nel nostro paese. Ma accanto a ciò bisognerà ricominciare a studiare con attenzione la pratiche dei movimenti per i diritti civili degli afro-americani negli Stati Uniti, guidati da Martin Luther King. E bisogna farlo insieme alle associazioni degli immigrati, prima che l’oppressione generi in essi rassegnazione o contro-violenza.
Contemporaneamente va ripresa con forza la dimensione educativa della nonviolenza, che in Italia ha avuto importanti figure di riferimento in Aldo Capitini, Lorenzo Milani e Danilo Dolci, per ricostruire un tessuto culturale ed antropologico fondato sull’umanità. All’interno del quale la sicurezza, che è un bisogno primario dell’essere umano, sia edificata su quelle solide basi - la forza d’animo, il potere personale e il legame sociale – che stanno a fondamento dell’approccio nonviolento.
Vediamo.
La forza d’animo è alla radice del “satyagraha”, la gandhiana fermezza nella verità, che ha il suo presupposto nella fermezza di sé, ossia in quella forza costruttiva personale che è esattamente il contrario della paura: è il coraggio. La forza d’animo non è una “dote” naturale, ma un apprendimento frutto di un’educazione attenta ai bisogni di ciascuno.
Il potere personale è la capacità di agire e incidere nella realtà; non è riferito al sostantivo “il potere” ma alle declinazioni del verbo “potere”: io posso. Anche il potere personale non è definito una volta per tutte dal destino, ma dipende dalla possibilità data a ciascuno di strutturare una personalità con un buon livello di autostima, di abnegazione, di pazienza e di tenuta. Elementi che consentono di sconfiggere il senso di impotenza di fronte agli eventi.
“La violenza è un potere disintegrativo, mentre la nonviolenza è un potere integrativo”, scrive Michael Nagler, “e può essere appreso” (Per un futuro nonviolento, Ponte alle Grazie, 2005). Infatti, la forza d’animo e il potere personale, fattori di sicurezza personale, generano la sicurezza collettiva nella misura in cui aiutano a costruire il legame sociale, quella dimensione di benessere relazionale che è stata disintegrata dalla violenza sociale e culturale dell’individualismo, dell’odio e, infine, della solitudine. Si tratta dunque di re-imparare a tessere le reti sociali per fare comunità aperte e solidali, che danno sicurezza e forza perché non si fondano sulla paura dell’altro.
Naturalmente siamo solo all’inizio tanto della lotta anti-razzista quanto della ricostruzione di un nuovo modello solidale di società, ma sappiamo che quando si agisce consapevolmente nella direzione giusta i risultati, prima o poi, arriveranno. Come negli USA, dove i giornali riportavano di uno striscione issato a Washington nei giorni dell’elezione del Presidente Obama, in cui c’è scritto: “Rosa (Park’s) si è dovuta sedere perché Martin (Luther King) potesse camminare; Martin ha marciato perché Barak potesse correre; Barak corre perché i nostri figli possano volare”.
Oggi negli USA, domani in Italia.