venerdì 18 febbraio 2011

La pedagogia della scuola delegata ai militari

Una società chiusa ha il diritto di produrre una scuola a sè conforme?

di Pasquale Pugliese

(pubblicato su “Azione nonviolenta. Rivista fondata da Aldo Capitini nel 1964”, gen-feb 2011)


La cultura della forza
Uno striscione degli studenti medi romani, esposto nella bella manifestazione nonviolenta del ventidue dicembre, quella che ha ignorato la "zona rossa" che blindava i palazzi del potere nella loro solitudine, così portava scritto: la vostra cultura è la forza, la nostra forza è la cultura.
In quella frase, quei ragazzi in lotta per una scuola di qualità per tutti, avevano sintetizzato una verità profonda, forse al di là delle loro stesse intenzioni. La "cultura della forza" che contestano, infatti, non è solo quella che il governo ha messo in campo in funzione repressiva rispetto alle manifestazioni di protesta; nè è solo quella che, per esempio, esercita quotidianamente nei confronti dei migranti, trattati da delinquenti per il fatto stesso di esistere; nè, ancora, è solo quella dei mille strappi quotidiani nei confronti dello stato di diritto del nostro paese o quella di mantenere presìdi armati in zone di guerra, contravvenendo alla lettera ed allo spirito della Costituzione. La "cultura della forza" è anche quella che, all'interno del governo - in assenza di qualsiasi pensiero pedagogico a fondamento delle cosiddette "riforme" della scuola e dell'università, anzi con vero fastidio e insofferenza di fronte a qualsiasi discorso pedagogico – ha delegato la definizione e la declinazione del modello educativo per il Paese alla cultura della forza per definizione, quella delle Forze Armate.

Tutta colpa dei...pedagogisti
Già nel 2008 i pedagogisti italiani avevano delegittimato su un piano educativo la contro-riforma della scuola voluta dal'avvocato Gelmini, ministro dell'istruzione. Per esempio, due tra i più importanti studiosi italiani, il pedagogista Andrea Canevao e lo psicologo Dario Ianes, si sono dimessi dall'Osservatorio sull'integrazione scolastica del Ministero dell'Istruzione con questa motivazione: "Questa nuova politica scolastica fatta di tagli, economie presunte, annunci e smentite, rigore, disciplina, ordine, divise, autorità, voto in condotta, bocciature, selezione produce in tutti ulteriore insicurezza, diffidenza e conflitti. Queste politiche scolastiche sono evidentemente gestite da finalità economicistiche, per risparmiare: ma questo avverrà sulle spalle delle famiglie, sulla pelle degli alunni e sulla credibilità della Scuola pubblica, come la vuole la nostra Costituzione. In questo clima di "produzione sociale di ostilità, diffidenza, tensione", anche la Pedagogia subisce un violento attacco. Nel clima di rinnovato rigore scolastico, chi viene additato come responsabile dello sfascio, oltre naturalmente ai fannulloni? L'ideologo dei fannulloni e dei lassisti: il pedagogista... Chi perdonava tutto, chi non ha polso, chi comprende tutto invece di punire, chi non ha le palle per imporsi, chi ci affumica con discorsi fumosi pseudofilosofici, chi non dava importanza alle discipline, il pedagogista debole, che ha indebolito la Scuola Italiana, ecc. Ecco, a questo clima di strisciante, ma non troppo, denigrazione, come pedagogisti non ci stiamo."

La militarizzazione della scuola
Ed entrando nel merito della contro-riforma, un altro importante pedagogista, Luigi Guerra, preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Univeriotà di Bologna, così ha scritto, tra le altre cose, in merito reintroduzione della valutazione numerica sia sul piano del rendimento che della "condotta": "In qualsiasi università, uno studente che presentasse queste scelte come funzionali ad un miglioramento della qualità del rendimento e del comportamento degli studenti verrebbe trattato come una matricola impreparata. Il problema non sta nelle forme del giudizio, ma nel modo in cui ci si arriva, nel come si riesce ad insegnare e a costruire la socializzazione e l’ apprendimento dei ragazzi: limitarsi a restaurare le modalità per constatare e sanzionare le loro lacune e indiscipline è un’ operazione che corrisponde semplicemente al desiderio di riversare ogni responsabilità sugli studenti, sulle loro famiglie, sul loro ambiente di vita; alla scelta di eliminare dalla scuola chi dà fastidio, chi parla e pensa in modo diverso dalla cultura dominante. In definitiva, chi dovrebbe essere oggetto di cura, non di sanzione. Ed è un vero peccato che autorevoli opinionisti, anche normalmente illuminati, si siano fatti contaminare da questa voglia di restaurazione burocratica, di militarizzazione della scuola".

Il 4 novembre a scuola
In realtà, la militarizzazione della scuola, paventata dal professor Guerra, si è spinta ben oltre le forme sanzionatorie nei confronti degli studenti. Infatti, non avendo il supporto dei pedagogisti, il "pedagogista" di riferimento dell'avvocato Gelmini è diventato il ministro della difesa La Russa al quale la prima ha delegato, di fatto, le "linee guida" per la formazione della gioventù italiana.
I primi effetti di questo delega si sono visti in occasione delle celebrazioni del 4 novembre del 2009, "giornata delle forze armate", quando ufficiali delle varie armi furono mandati nelle scuole superiori per raccontare la "vittoria" nella prima guerra mondiale. Non storici o esperti capaci di aiutare i ragazzi a riflettere su "l'inutile strage", come Benedetto XV defini la "grande guerra", aiutandoli a interrogarsi sulle alternative alla guerra "quale mezzo di risoluzione delle controversie" – come vuole la nostra Costituzione - ma proprio i militari che festeggiano se stessi in questa ricorrenza, imposta dal regime fascista e mai più messa in discussione.
Ma, come ai tempi di don Milani, questo non fa "scandalo", fanno "scandalo" invece le posizioni di qualche insegante che, in piena coscienza, rifiuta di accompagnare la propria classe alle celebrazioni del 4 novembre, subendo per ciò le accuse della stampa e dei...carabinieri. E' quanto successo in Sardegna, per il 4 novembre del 2010 , come riportato dal quotidiano l'Unione Sarda del 20 novembre: "La lezione della professoressa di Lettere delle scuole medie di Villasalto, Stefania Coda, è pacifista. Anzi, anti-militarista. «Nella storia, gli eserciti hanno portato soltanto morte e le guerre sono sempre state conquista di territori e risorse. Missione di pace o guerra umanitaria sono ossimori». E quindi la docente ha deciso di non accompagnare una delle sue due classi alla messa e alla cerimonia in ricordo dei Caduti in guerra, lo scorso 4 novembre, festa delle Forze Armate. Invece, ha portato ai ragazzi documenti su posizioni decisamente e diversamente schierate. Titolo: soldati e ufficiali diventino un ricordo del passato . Conclusione: il 4 novembre non è una festa ma un lutto, non esistono guerre giuste e umanitarie, no alle missioni militari .(...) Sicuramente il capitano Lo Iacono inoltrerà un rapporto alla Procura: «Potrebbe ipotizzarsi - spiega l'ufficiale dei carabinieri - il reato di vilipendio delle Forze Armate, articolo 290 del Codice penale». Perché nel documento letto dalla professoressa Coda si elencavano alcuni episodi della storia d'Italia che non compaiono sui libri di scuola: la costruzione dei lager in Libia, l'utilizzo di armi chimiche in Etiopia nel 1935-36, la deportazione di migliaia di libici, l'edificazione di carceri in Somalia tra i più disumani".
Dall'articolo non è dato sapere se i libri di storia "negazionisti" sulle atrocità commesse dall'esercito italiano in giro per il mondo, documentati dalla la storiografia internazionale, siano quelli letti dal capitato o dal giornalista, o da entrambi...

"sinergia sempre più sospinta..."
Di certo non sono i libri che leggevano i ragazzi di Barbiana, già nei primi anni '60, con il loro maestro Lorenzo Milani, il quale aveva assolutamente chiaro che l'obbligo morale per un educatore era di "demistificare" le narrazioni del potere perchè (come scriveva nella sua autodifesa al processo per "apologia di reato", per aver difeso pubblivamente gli obiettori di coscienza in carcere): "La scuola siede tra passato e futuro e deve averli presenti entrambi. E' l'arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare il loro senso della legalità, dall'altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico".
Anche il ministro (ex?) fascista La Russa vuole formare “il senso politico” dei ragazzi, anzi d'ntesa con la sua collega Gelmini, vuole allenarli "per la vita", come recita il nome del progetto frutto del "protocollo d'intesa tra il Comando militare dell'esercito "Lombardia" e l'Ufficio scolastico provinciale per la Lombardia", a partire dal "documento di indirizzo del Ministero dell'istruzione per la sperimentazione dell'insegnamento di "Cittadinanza e Costituzione"...
Per ribadire con più precisione che questa intesa è un tassello all'interno di una collaborazione strategica tra scuola ed esercito, nell'opuscolo informativo sul progetto "allenati alla vita" distribuito nelle scuole, si legge: "Tale iniziativa è supportata dalla sinergia tra il Ministero della Pubblica Istruzione e il Ministero della Difesa che viene sempre di più sospinta dal Ministro Gelmini e dal Ministro La Russa"

Analisi di una proposta "formativa"
Il libretto di presentazione del progeto "allenati alla vita"- distribuito con i loghi di Regione Lombardia, Comando Militare Esercito Lombardia, UNUCI e Ufficio Scolastico Regionale - prodotto su sfondo mimetico e con gran corredo di foto di militari in azione "formativa" e di ragazzi in tuta mimetica, fa di tutto per non essere equivoco sui contenuti educativi. Vediamo.
La gestione del progetto è in mano all'UNUCI (unione nazionale ufficiali in congedo) il cui personale è così presentato: "personale in congedo e della Riserva che spesso ha preso parte in missioni all'estero, e ha recentemente effettuato periodi di richiamo presso i reparti dell'Esercito Italiano". Questo personale "esperto nelle diverse discipline" svolge gli "incontri addestrativi" su dieci temi, di cui otto portano questi titoli: "cultura militare; difesa nucleare, batteriologica e chimica; trasmissioni; armi e tiro; mezzi dell'esercito; superamento ostacoli; sopravvivenza in ambienti ostili". Di attinenti, in qualche modo, all'insegnamento di "Cittadinanza e Costituzione", citato nel protocollo d'intesa, rimane, a voler essere generosi, "topografia ed orientamento" e poi "diritto costituzionale". Tema che, come per il 4 novembre, non viene affidato ad esperti giuristi ma ai militari reduci da quelle missioni guerra, "ripudiate" dalla Costituzione...
La gara finale, nella quale i ragazzi dovranno mettere in atto "tutte le tematiche che vengono trattate durante gli incontri Esercito-Scuola", si configura come una vera e propria esercitazione para-militare: "i cadetti verranno suddivisi in squadre da quattro elementi...le prove che le pattuglie dovranno affrontare sono strutturate come simulazioni...inerenti allo svolgimento della missione...".

Rimpallo e sospensione
Dopo che "Famiglia Cristiana" e poi, man mano, "il manifesto" ed altre testate hanno cominciato a far emergere il progetto "formativo" che stava prendendo il via in Lombardia, con il coinvolgimento di cira 800 studenti distribuiti in 38 scuole secondarie superiori (e ciò ha portato anche ad alcune interrogazioni parlamentari) c'è stato uno scarico di responsabilità da parte del Ministero dell'Istruzione, il quale in una nota ha affermato che Gelmini e La Russa "non erano presenti alla firma del protocollo d'intesa"...! Poi, sull'onda delle proteste studentesche, unite nello slogan "make school, not war" (fate la scuola, non la guerra), da parte dell'UNUCI è stata annunciata, con un comunicato stampa, la "sospensione" unilaterale del progetto. Ma oggi sull'home page del sito di questa organizzazione, "gli incontri Esercito – Scuola Allenarsi alla vita" continuano ad essere ben evidenziati, mentre non ce n'è traccia sul sito dell Ufficio Scolastico Regionale, nè nella sezione dedicata a "Cittadinanza e Costituzione" , nè in quella relativa ai "protocolli d'intesa...Forse, per una volta, un senso salutare di vergogna ha prevalso.
Ciò che è certo, è che di fronte a questo rigurgito di militarismo che si fa spazio con prepotenza nelle istituzioni educative, è necessario recuperare una forte cultura pedagogica che abbia ben chiaro sia il tema generale dell'educazione come argine alla cultuta di guerra, sia quello dell'educazione nonviolenta come responsabilità fondamentale dell'educatore. A patire dal principio dall'obiezione di coscienza. Una cultura che riscopra il pensiero degli ducatori italiani di nonviolenza, don Milani a Danilo Dolci a Gianni Rodari...e che con Aldo Capitini, abbia la forza di porsi e porre una domanda fondamentale: "Una società chiusa ha il diritto di produrre una scuola a sè conforme?".

giovedì 6 gennaio 2011

il 7 gennaio e l'Unità d'Italia

lettera a Marino Sinibaldi, direttore di Radio3rai

Gentile Direttore di Radio 3,
Marino Sinibaldi,

le scrivo da questa bella e accogliente città di Reggio Emilia, già tutta imbandierata e vestita a festa per accogliere il Presidente della Repubblica che domani, dalla Sala del Tricolore, aprendo le celebrazioni del 241° anniversario del Primo Tricolore, avvierà le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità di Italia.
Il tema del'Unità d'Italia è tema cruciale e più che mai d'attualità, per cui bisogna fare in modo che queste celebrazioni, che saranno lunghe un anno, non diventino un susseguirsi di iniziative centrate sulla retorica dell'Unità – di cui non abbiamo affatto bisogno – ma uno stimolo a declinare al presente gli elementi di unità e di disgregazione del nostro Paese.
In questo senso, quello del ragionare sull'unità fuori dalla retorica, credo che ci possa aiutare far sì che il Tricolore non oscuri nella memoria collettiva l'anniversario di un 7 gennaio più recente: quello dello scorso anno a Rosarno. Quando, per la prima volta in Italia, fu avviata una spaventosa caccia all'uomo nero che si è conclusa con la deportazione da quella cittdina calabrese di tutti i migranti provenienti dall'Africa. Credo anzi che, quanto più riusciamo a capire in profondità, ad un anno di distanza, quei fatti – in verità poco citati dai rotocalchi tra gli avvenimenti importanti del 2010 - tanto più possiamo capire qual è il senso dell'Unità oggi, simboleggiata appunto dal Tricolore. Non a caso "The Guardian" scrisse quache giorno dopo quegli avvenimenti (il 10 gennaio del 2010) "L'Italia è un paese unito dal razzismo". E temo che "The Guardian" avesse colto solo una parte del complesso di questioni emerse anche dai fatti di Rosarno, dove il razzismo si è saldato alla 'ndrangheta nella persecuzione di quegli africani che avevano osato, ancora una volta, ribellarsi alla legge dell'omertà e alla continua sopportazione dei soprusi.
Ecco, il razzismo lievitato grazie alle nuove leggi razziali e alla vera e propria pedagogia razzista diffusa da oltre un ventennio, prima nei confronti dei migranti del Sud italia e oggi trasferita sui migranti di altri Sud del mondo, è tracimato ampiamente al di sotto del Po. E le mafie, da fenomeno "regionale", per quanto da sempre coccolate dai "poteri forti" nazionali e internazionali, hanno da tempo avviato un processo di "colonizzazione" del resto del paese che le ha portate ad essere oggi stabilmente insediate anche al di sopra del Po. Razzismo e mafie rischiano così di rappresentare, al di sotto di ogni velo retorico, il vero e più saldo collante unitario della nostra Patria.
Allora, a cominciare da questo doppio anniversario del 7 gennaio, è possibile utilizzare l'anno del 150° per rendercene conto sul serio e cominciare a ri/costruire l'Unità del paese su nuove basi?
Per esempio, su quelle basi che ha voluto gettare Aldo Capitini nella prima "Marcia per la pace e la riconciliazione dei popoli", di cui in questo 2011 cade, il 24 settembre, il 50° anniversario. Marcia che va avanti da mezzo secolo, avendo fatto camminare da Perugia ad Assisi alcune generazioni di italiani, provenienti da tutti gli angoli del Paese, ma accomunati dalla promozione di valori altri, a partire dai quali tenere insieme la nostra Patria. Credo, quindi, che sarebbe importante inserire anche questo anniversario nel circuito delle manifestazioni centrali da seguire con attenzione in questo anno di celebrazioni per l'Unità d'Italia.
Consapevole della sua attenzione – e della Rete che dirige - a queste questioni, verrò a seguire domani la diretta radiofonica della vostra bella trasmissione "Fahrenheit" al Teatro "Cavallerizza" di Reggio Emilia.
Un cordiale saluto

Pasquale Pugliese

componente del direttivo nazionale del Movimento Nonviolento
e della Scuola di Pace di Reggio Emilia

mercoledì 29 dicembre 2010

Se a Vibo Valentia fosse stato un migrante...

Se a Vibo Valentia fosse stato un migrante ad uccidere un padre italiano con i suoi quattro figli, avremmo schiere di calabresi con le spranghe per le strade, come a Rosarno; giornali e giornalacci con titoli a nove colonne; salotti televisivi invasi per giorni con modellini del fienile; il ministro dell'interno a pianificare e far eseguire rastrellamenti di massa. Tutti uniti in una santa alleanza razzista, invece...Invece, si tratta di un "normale" regolamento di conti tra calabresi. E quindi, oggi solo un richiamo in prima e mezza pagina in diciannovesima e domani sparirà dai giornali. Anche da quelli locali, che avranno nuovi morti caldi di giornata a cui dar spazio.

In Calabria c'è una guerra che fa più morti ammazzati cha a Belfast ai tempi della guerra civile. Ma è rimossa dalle cattive coscienze locali e nazionali, ormai assuefatte e rassegnate alla lacerazione morale, civile e sociale di un pezzo di nazione. Non è razzismo, anche contro se stessi, questo silenzio?

E non è il miglior alleato della mafie?

sabato 18 dicembre 2010

Historia magistra vitae?

Appunti per una storiografia nonviolenta

di Pasquale Pugliese

(pubblicato sui n 10/11/12 - 2010 di Azione nonviolenta)

Costruire una narrazione
Ogni movimento sociale che cambia la storia dal basso deve anche costruirne la propria narrazione. E’ avvenuto per il movimento dei lavoratori e per il movimento delle donne, non è ancora avvenuto per il movimento per la pace. Ripercorrere le tappe di un percorso che nel tempo ha mobilitato passioni politiche e civili significa tracciare un sentiero all’interno del susseguirsi degli avvenimenti registrati dalla Storia utilizzando un'altra punteggiatura, altre categorie di interpretazione degli eventi.
Non solo per costruire una storia di settore, quella dei movimenti pacifisti e nonviolenti, ma per proporre un nuovo punto di vista storiografico sulla Storia tout-court. Un punto di vista capace di mettere in evidenza non solo le esplicite forme di opposizione alle guerre, ma tutte le soluzioni disarmate e nonviolente all’interno dei conflitti e tutte le azioni di prevenzione della violenza che donne e umomini hanno saputo, nel tempo, mettere in campo. Un nuovo sguardo storico capace di raccontare i processi di sviluppo delle civiltà fuoriuscendo dalla retorica della “violenza levatrice della storia”.

La violenza data per scontata
Retorica che tuttavia rimane ancora punto di riferimento irrinunciabile, e addirittura ovvio, per la maggior parte degli storici. Sfogliando i “manuali” destinati alla didattica della Storia, emerge chiaramente come sia ancora valido lo ”strabismo” che ha spiegato Hannah Arendt nel suo importante lavoro "Sulla violenza" (edizione italiana: Guanda, 1996), in cui svolge una serrata critica alla violenza ed alla guerra: "è a prima vista piuttosto sorprendente constatare come la violenza sia stata scelta così di rado per essere oggetto di particolari attenzioni.(...). Questo dimostra fino a che punto la violenza e la sua arbitrarietà siano state date per scontate e quindi trascurate; nessuno mette in discussione o sottopone a verifica ciò che è ovvio per tutti. Coloro che non hanno visto altro che violenza negli affari umani (...) non avevano nient'altro da dire ne sulla violenza ne sulla storia".
(p.10)

Lavori disponibili in italiano
Nel senso indicato, di rilettura di processi storici a partire da categorie di interpretazione nonviolenta, sono pochi i lavori disponibili in italiano, tutti riferiti alla resistenza al fascismo e al nazismo:
- l'ormai classico "Senz’armi di fronte ad Hitler" dello storico francese Jacques Semelin, tradotto in italiano per le edizioni Sonda nel 1993, che fa una narrazione della resistenza europea a partire dal paradigma della “difesa civile”;
- gli studi di Anna Bravo e in particolare la voce "Resistenza civile" nel Dizionario della Resistenza (Einaudi 2001);
- l'importante bibliografia storica "Difesa senza guerra", a cura di Enrico Peyretti, in continuo aggiornamento, e il suo saggio "La resistenza nonviolenta al fascismo in Italia", entrambi scaricabili dal sito www.peacelink.it ;
- infine, alcune pubblicazioni “militanti”, come i quaderni di “Azione nonviolenta”, sulla resistenza danese e norvegese, e le ricerche di Stefano Piziali sulla resistenza nella bergamasca e di Raffaele Barbiero sulla quella di Forlì.
Vi è poi il lavoro di Alessandro e Daniele Marescotti del 2005, "L'altra storia. L'opposizione alla guerra e alla violenza dall'antichità a oggi", scaricabile dal sito http://italy.peacelink.it/storia, l'unico tentativo italiano di costruzione di un vero e proprio “manuale” di Storia che assume la nonviolenza come punto di vista storigrafico.

Storie dei movimenti pacifisti
Sono altrettanto poco numerosi i lavori di autori italiani (o tradotti in italiano) che, negli ultimi quindici anni, hanno affrontato il tema specifico del movimento per la pace in chiave storica. E significativamente sono quasi tutti scritti da “non storici”:
- nel 1995 esce nella collana “Storia dei Movimenti e delle Idee” dell’Editrice Bibliografica “Pacifismo” di Roberto Diodato, filosofo;
- nel 2005 esce una “Breve storia del pacifismo in Italia”, per la Bonanno Editrice di Pietro Pàstena, criminologo (ma obiettore di coscienza);
- L'anno successivo Amoreno Morellini pubblica “Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell'Italia del Novecento, Donzelli 2006
- Nel 2007 la Mondadori pubblica in italiano “Un’idea pericolosa. Storia della nonviolenza” del giornalista statunitense Mark Kurlansky;
- Nel 2010 Editori Laterza dà alle stampe “La non-violenza. Una storia fuori dal mito”, una lettura critica dello storico della filosofia Domenico Losurdo.
- Più modestamente avevano definito “Una cronaca del pacifismo italiano del Novecento”, i giornalisti Antonella Marrone e Piero Sansonetti, il loro “Né un uomo né un soldo”, uscito per la Baldini Castoldi Dalai nel 2003.
Infine, non posso non ricordare il prezioso “Nonviolenza in cammino Storia del Movimento Nonviolento dal 1962 al 1992”, a cura del Movimento Nonviolento.

Tutta la storia è scelta
E’ legittimo costruirne un punto di vista storiografico fondato su categorie nonviolente?
Cerchiamo dagli storici alcune risposte preliminari, a cominciare da un classico della Scuola delle Annales, scuola storiografica che ha cercato di superare la histoire éveneméntielle, la storia fatta per accumulo di avvenimenti, detta non a caso anche histoire-bataille, per riercare le strutture sociali ed economiche e le mentalità collettive.
Lucien Febvre in "Problemi di metodo storico" (prima edizione italiana Einaudi, 1967) scrive:«Tutta la storia è scelta. (...) Per il fatto che, quando i documenti abbondano l'uomo abbrevia, semplifica, mette l'accento su questo, passa la spugna su quello. Sopratutto per il fatto che lo storico crea i suoi materiali, o, se si vuole, li ricrea: lo storico non si muove vagando a caso attraverso il passato, come uno straccivendolo a caccia di vecchiumi, ma parte con un disegno preciso in testa, con un problema da risolvere, un'ipotesi di lavoro da verificare.» (p. 73-74) «Organizare il passato in funzione del presente: tale si potrebbe definire la funzione sociale della storia.»(p. 186)

Storia=Guerre?
Questo approccio è ripreso nel primo volume curato della Scuola di Pace di Boves, sul tema "Verso la Pace. Come imparare la pace studiando la storia". (elle di ci 1988). In esso Francesco Traniello introduce il tema «Storia = Guerre?» e, tra l'altro, scrive: «In fondo, alle spalle dell'histoire-bataille sta l'idea che la storia sia essenzialmente una storia di conquiste da parte di alcuni potenti che lottano tra di loro per acquistare il potere. (…) Facendo un altro passo, mi sentirei di dire che alle spalle di questa visione della storia sta la scelta di alcuni soggetti come soggetti privilegiati della storia: sono coloro che tendenzialmente si esprimono attraverso la metodologia della forza, della lotta, della battaglia e della guerra. La cultura di cui noi siamo figli è una cultura impregnata dall'idea che la guerra e il conflitto siano la regola fondamentale della storia e che la storia sia dominata da questa dimensione»(p.11-12)

La storia come ideologia
Anche Scipione Guarracino e Dario Ragazzini nel loro lavoro “La formazione storica. Metodi storiografici e criteri didattici” (La Nuova Italia, 1990), riflettono sul rapporto tra ideologie dominanti, idee storiche e didattica della storia: “Le idee storiche hanno a che fare con le ideologie sociali, hanno a che fare con la consapevolezza di sé che hanno le società, cioè con il rapporto che queste riconoscono con il proprio passato, ma anche con quello che stabiliscono con il proprio presente e ipotizzano con il loro futuro. (p.2) “E’ necessario riflettere un momento sul fatto che più cresce il bisogno sociale di storia, più forte si fa il rischio che il suo insegnamento divenga soltanto un momento dell’esercizio del potere, del controllo sociale. La storia diventa così ideologia, manipolazione ideologica.” (p.162)
Ancora più espliciti sulla funzione sociale del fare storia sono Pietro Corrao e Paolo Viola che nella "Introduzione agli studi di Storia" (Donzelli Editore, 2002) scrivono: "Nella civiltà occidentale, significative energie intellettuali e non indifferenti risorse economiche sono state dedicate allo studio professionale del passato, sia a livello formativo sia a livello di divulgazione pubblica. Perchè questo investimento di energie e risorse, sopratutto da parte di Stati e poteri, dal momento che il prodotto di questi studi non apppare - se non in maniera molto indiretta - utilizabile a scopi pratici? La risposta può essere riferita a due caratteristiche degli studi storici: la capacità di legittimazione dell'esistente e la funzionalità allo sviluppo di identità di diverso genere e scala dimensionale.(p.5)

Le tracce non sono innocenti
Marcello Mustè, nel lavoro "La Storia: teoria e metodi" (Carocci 2005) sottolinea infine come l'interpretazione del passato da parte dello storico sia in realtà una sua organizazione:“Ma lo storico sa che i documenti, ai quali si rivolge per scoprire gli eventi di un lontano passato, contengono spesso un inganno o, almeno, una dose elevata di ambiguità. Anzitutto, il passato non ha disseminato tracce in modo “innocente”, ma ha seguito precise strategie, logiche di potere, dinamiche fondate sulla forza e sul dominio. In molti casi sappiamo del passato solo ciò che il passato ha deciso che noi sapessimo: le cosiddette “fonti della storia” registrano solo quei fatti che sono sembrati sufficientemente interessanti da registrare”(p.24). Dunque, “nel ricostruire, attraverso l'uso attivo di ipotesi e congetture, la continuità del processo, ossia nel tentativo di comprendere ciò che è veramente accaduto, lo storico introduce un principio di organizzazione del passato”. (p. 33)

Storie da scoprire, storie da ripensare
Le opinioni degli storici confermano la legittimità dell'organizzazione del passato a partire anche da un'interpretazione nonviolenta, capace di rileggere la Storia attraverso storie rimaste sconosciute finchè non ricercate.
“Storie da scoprire, storie da ripensare” le chiama Anna Bravo nel monografico 40/2009, della rivista "Parolechiave" (Carocci), dedicato alla "Nonviolenza". Storie che, se narrate, “a rischiare di venire sovvertiti sono alcuni capisaldi della storia della guerra. Aver raggiunto certi risultati senza usare le armi può suggerire l'idea che si sarebbe potuto agire allo stesso modo in molte situazioni in cui si dava per scontato che non ci fosse altra via” (106) “Da decenni, la nonviolenza fatica a costruire una sua mitografia. Si sono scritti milioni di libri per raccontare eventi che hanno fatto milioni di morti, infinitamente meno su quelli che li hanno evitati. Si sono girati migliaia di film su tutte le guerre, infinitamente meno sui loro oppositori” (p.115)

Una piccola grande storia
In contro tendenza nel guardare dentro la Storia con altri occhi è - per esempio - questa piccola grande storia raccontata da Matthias Durchfeld e Annalisa Govi in "RS Ricerche Storiche", Rivista semestrale dell'Istoreco (Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea della provincia di Reggio Emilia) n. 107/2009. Storia che narra il ruolo svoto da due donne tedesche, mogli di ex migranti italiani rientrati al paese sull'appennino reggiano, nell'evitare un altro eccidio nazista.
“Il 1944 è l'anno delle stragi naziste e fasciste in Italia. Cervarolo, Civitella, La Bettola, Sant'Anna di Stazzema, Marzabotto disegnano un cerchio di nomi noti.
Poco prima della Pasqua del '44 il cerchio della violenza nazista stringe la presa intorno a Gombio, a Casa Ferrari, fra Ciano e Casina. Due settimane prima, 24 uomini sono stati ammazzati su quello stesso appennino a Cervarolo. Ma per Gombio il coraggio di due donne trasforma il triste destino in salvezza. Non fu strage. Per questo, ironia della sorte, gli eventi di Gombio restarono sconosciuti, dimenticati dai libri di storia. A noi invece sembra che le signore Ida e Augusta, disarmate di fronte alla violenza e alla prepotenza dei soldati, debbano essere ricordate. Per quel coraggio che ha sfidato la guerra”.

Veh lazoroun, al to paeis t'han imparato a te l'educazione così?
Uno dei testimoni ascoltati da Durchefeld e Govi, così racconta i fatti:
“ Avevo 15 anni. Sono arrivati i tedeschi. Prima hanno preso quattro preti. Poi mio padre. Dopo è arrivata un'altra fila di tedeschi. Hanno cominciato ad andare in casa. Io ero seduto sui gradini lì fuori e passavano i tedeschi: avevano tutti i salumi, prosciutti, quella roba lì. Passavano con la baionetta. Buttavano tutto per aria e portavano via tutto...m'han prelevato a me e poi mi hanno portato dietro la casa giù nel sagrato come gli altri. C'erano i quattro preti e mio padre, poi c'era uno che non mi ricordo più come si chiama. C'erano quattro preti perchè erano le Quarant'ore. La festa religiosa. Suonavano le campane, ma i tedeschi dicevano che era un richiamo dei partigiani. Siamo stati ancora lì dal muro. Là c'erano i tedeschi con la mitraglia puntata e ci hanno fatto partire tutti in fila e via: avanti! E siamo arrivati qua [nel piazzale di Gombio, NdR]. C'era Scarenzi, Vittorio, Gaetano...altri cinque o sei. I tedeschi eran là con la mitraglia là sopra e più avanti c'erano un altro gruppo che quelli lì non parlavano micca. Saran stati italiani.
E dopo hanno trovato la nonna di Ciso: l'Augusta. Era tedesca, lei. E...è successo il patatrac!
E' successo che stava facendo la frittata e loro sono andati dentro: boom! Lei stava nella cucina. C'era il piatto della frittata sul tavolo e il soldato tedesco s'era messo a mangiare e lei ha detto in tedesco: Veh lazoroun, al to paeis t'han imparato a te l'educazione così?
Al dis che il tedesco ci aveva ancora un pezzettino di frittata lì e c'è caduto per terra.
Sarà stata circa l'una. A Casa Ferrari avevano già cominciato a bruciare. Lei ha parlato tanto tempo. In mezzo c'erano sempre l'Augusta e l'Ida [un'altra tedesca abitante a Gombio, NdR].
Mentre loro dicidevano, noi siam stati fermi, zitti. Dicevamo: Mah! Qua cosa faranno? Cosa non faranno? Non si sapeva niente. Fermi però. Dopo ci hanno poi liberato. Andate a casa!

Quante storie come questa aspettano qualcuno che le raccolga, le documenti, le organizzi e le racconti? Se ciò avvenisse sistematicamente i libri di storia sui quali studiano gli studenti potrebbero narrare anche un'altro passato – fatto di coraggio e nonviolenza - dal quale dedurre preziosi insegnamenti per costruire nuovo futuro.
Allora, davvero, l'Historia sarebbe “magistra vitae”.

martedì 2 novembre 2010

Papà, che significa ‘mpamu?

Viaggio in una terra dove, se racconti, rischi la vita


di Pasquale Pugliese


Sicilia 1967

Danio Dolci, nel 1967, racconta per una rivista americana la sua esperienza siciliana, iniziata nel 1952, in un articolo dal titolo “ciò che ho imparato” (sotto questo titolo Giuseppe Barone ha raccolto un’antologia di scritti dolciani, edita nel 2008 da MESOGEA). Dolci suddivide il suo racconto in fasi e, dopo aver brevemente delineato – per primo in Italia - i caratteri del “sistema mafioso-clientelare”, ne descrive le condizioni che lo rendono possibile:
“ - il basso livello economico di vasti masse, per cui la ricerca del pane o del posto di lavoro è
di tale urgenza che tutto il resto diviene loro secondario;
- il basso livello culturale-politico di vaste popolazioni: la ricerca del proprio interesse a una
distanza così ravvicinata per cui lo si esercita egoisticamente, e non con un minimo di prospettiva reale, verso l’interesse di tutti;
- l’insufficiente capacità cioè a una nuova vita di associazione, collaborazione: terreno fertile a ogni avventura autoritaria, a ogni tipo di fascismo, di monopolio, di oligopolio.
I sistemi clientelari e mafioso-clientelari sono perciò possibili nella misura in cui i singoli, isolati, non sanno, non sono in grado di farsi valere, si rassegnano a non agire e a non pesare secondo i propri veri interessi.
E’ evidente come sia dunque indispensabile, per valorizzare effettivamente ciascuno, mirare a costruire e a interrerale nuovi gruppi democratici aperti, e nel contempo superare, sciogliere i vecchi gruppi sclerotici: a ogni livello.”
Ecco dunque delineata, in pochi tratti, un’analisi dei bisogni di una terra e una proposta socio-educativa a cui lo stesso Dolci si impegnerà in maniera sempre più esplicita e consapevole, partendo dagli adulti per giungere ai bambini.

Calabria 2010

In Calabria, la ‘ndrangheta parte dai bambini:
Ciao papà, che significa ‘mpamu?
E perché, chi te l’ha detto?
A scuola. Un mio compagno
Ah. E che t’ha detto?
Statti muta tu, ca io non ci parlo con i figli i’mpamu!

E’ questo l’incipit di un libro-affresco sulla Calabria di oggi. Si chiama ”Avamposto” ed è scritto dai due giovani giornalisti Roberta Mani e Roberto Rossi (Marsilio 2010). Ha come sottotitolo “Nella Calabria dei giornalisti infami” e nella quarta di copertina “Esiste un posto in Italia dove se racconti rischi la vita”. Infatti il libro racconta delle decine di giornalisti calabresi che vivono sotto minaccia di morte solo perché svolgono il proprio lavoro di cronisti politici o giudiziari. E dunque infami, perché raccontano.
"Adesso battezzano questi ragazzi che si mettono a comandare ragazzini ancora più piccoli, di dodici o tredici anni, a cui chiedono di raccogliere le mazzette nei bar per un compenso di dieci euro. Io li vedo tutt’ora. Ho visto ragazzini cui hanno comprato la macchina, la moto. Così fu anche per mio figlio. Nonostante lo avessi mandato a studiare a Perugia per tenerlo lontano dal giro. Fu quando morì sua sorella che si avvicinò alla droga, che si avvicinò a loro".
E’ il racconto di Angela una delle madri dei desaparecidos di Calabria, i 43 ragazzi spariti in pochi chilometri, tra il Vibonese e il Lamentino, per qualche sgarro alle cosche.
E poi, ancora - centrale - il “sistema mafioso-clientelare”. Stavolta è un magistrato che parla,
Vincenzo Liberto pm antimafia di Catanzaro:
"Le operazioni di voto sono gestite in maniera scientifica. Al di là delle forme più plateali di controllo, come le foto alle schede o l’accompagnamento in cabina di anziani o disabili che magari non sanno neanche leggere, c’è anche una fonte dipendenza sociale. Molte delle persone a cui viene imposto il voto spesso sono indigenti, vengono sfamate, ed è molto difficile che non facciano quello che gli si chiede. E poi, c’è un capillare presidio dei seggi."
E’ la stessa parola democrazia che diventa vuota, priva di senso:
"In questi territori le principali libertà costituzionali sono condizionate: il voto, la libera impresa, il diritto di cronaca, la libertà di manifestazione del pensiero. La democrazia azzerata. Viviamo in un avamposto. Ai margini della vita civile".
Le parole sono di un altro magistrato antimafia, Pierpalo Bruni, di Crotone. E sono pesanti come pietre.
Da questo bel libro - che ha anche una pagina su facebook, in cui viene costantemente aggiornata la situazione drammatica della libera informazione in Calabria - ne viene fuori il quadro terribile di una terra sotto il dominio di un potere mafioso, ormai internazionalizzato, ma la cui forza è determinata dalla pre-potenza sulle menti e sui corpi dei più giovani, nella loro terra d’origine. In cui rimangono ancora sostanzialmente valide l’analisi dei bisogni e la proposta socio-educativa messe in campo da Danilo Dolci in Sicilia.
Ma oltre 30 anni dopo…

lunedì 25 ottobre 2010

Un pezzo di storia di un'Italia migliore


Vendola, Capitini e la nonviolenza

Pasquale Pugliese


24 ottobre 2010

Stamattina ho seguito alla radio l’intervento conclusivo di Nichi Vendola al Congresso di fondazione di Sinistra Ecologia e Libertà e mi ha colpito una suo, non rituale, riferimento alla nonviolenza quale elemento costitutivo del nuovo partito, non come un nuovo “galateo” ma come vera “radicalità” dell’agire politico che consente di sovvertire, appunto, “alla radice” il potere della violenza. Indicando come precisi riferimenti l’opera di Gandhi, Martin Luther King e Aldo Capitini.
Richiamando, in qualche modo, una definizione che lo stesso Capitini ha dato della nonviolenza, come “il punto più profondo della tensione per il sovvertimento di una società inadeguata”. Aldo Capitini, a conclusione della prima Marcia per la Pace del 1961, consegnò questo compito così arduo, ma urgente e allo stesso tempo permanente, a tutti gli “amici della nonviolenza”. E in primo luogo, alla piccola organizzazione da lui voluta e costruita a questo fine, insieme a pochi amici: il Movimento Nonviolento.
Se oggi, Vendola – possibile candidato del centro-sinistra a sfidare il dominio berlusconiano alle prossime elezioni politiche – ha potuto fare un riferimento così preciso alla radicalità della nonviolenza forse è anche perché quella piccola organizzazione, voluta da Capitini nel 1961, in questo quasi mezzo secolo di storia italiana – attraversato da stragismo di stato e terrorismo, da colpi di stato striscianti e massonerie occulte, da dominio delle mafie e rinascita del razzismo, dalla riabilitazione della guerra e dal berlusconismo – ha tenuto viva la fiammella della nonviolenza. Con pochi mezzi, con il lavoro volontario e i sacrifici personali di alcuni persuasi, con una rivista libera e bella come “Azione nonviolenta”, una sede nazionale e alcuni centri locali.
Anche per questo, credo che il 23° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento – che si terrà a Brescia dal 29 ottobre al primo novembre - , nel suo piccolo, contribuirà - così come hanno fatto i precedenti - a costruire, qui ed ora, un pezzo di storia di un’Italia migliore. In una tensione al “sovvertimento” delle chiusure, delle paure, delle violenze, che non potrà mai avere fine, ma andrà tanto più “alla radice” quanti più compagni di strada l’accompagneranno.

sabato 2 ottobre 2010

un 2 Ottobre contro il dilagare della violenza

breve riflessione sulla Giornata internazionale della nonviolenza

di Pasquale Pugliese



Perchè la Giornata internazionale della nonviolenza, fissata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite per il 2 ottobre – anniversario della nascita di Gandhi - non riesce ad assumere quel riconoscimento pubblico, dalle istituzioni e dai mezzi di informazione, che hanno invece assunto fin dalla loro proclamazione altre giornate analoghe? Perchè, almeno in Italia, rimane una "celebrazione" semi-clandestina, a cura esclusivamente di coloro che fanno specificamente riferimento alla noviolenza come ideale?
Si potrebbero dare molte risposte ma penso che una, fra tutte, stia a fondamento delle altre: "La nonviolenza è stata sospinta ai margini perchè rappresenta una delle poche idee realmente rivoluzionarie, un concetto che cerca di cambiare completamente la natura della società. Una minaccia all'ordine costituito. Per queste ragioni la nonviolenza è stata trattata come qualcosa di profondamente pericoloso". Spiega così il giornalista statunitense Mark Kurlansky nel suo libro di qualche anno fa "Un'idea pericolosa. Storia della nonviolenza" (Mondadori 2007), e mi sembra che in fondo in Italia le cose stiano proprio così.
Senonché il deficit di nonviolenza in una società è direttamente proporzionale al suo tasso di violenza. E infatti in Italia la violenza, in tutte le sue forme, dilaga.
Violenza è quella che spara e uccide, che domina – e governa – molte zone del nostro paese sotto il giogo delle mafie: l’omicidio del sindaco-pescatore Angelo Vassallo ne è solo una delle ultime tragiche conferme.
Violenza è quella delle enormi e crescenti diseguaglianze sociali ed economiche, delle morti sul lavoro e dei suicidi di coloro che il lavoro lo hanno perso.
Violenza è il razzismo montante, le sue leggi razziali, i suoi campi di detenzione illegale, la scia di morti nel mediterraneo, la schiavitù nei campi di pomodoro.
Violenza sono i suicidi in carcere, di cui nessuno dà notizia, ma che stanno diventando una strage.
Violenza e disprezzo della Costituzione sono le azioni di guerra camuffate da "missioni di pace".
Violenza è il taglio delle spese per la cultura, la scuola e l'educazione che alimenta e rafforza la "dittatura dell'ignoranza".
Violenza è lo spregio quodiniano delle istituzioni democratiche anche da parte di chi ne è rappresentante e ne dovrebbe essere custode.
E l’elenco potrebbe drammaticamente continuare.
Ma come se tutto ciò non bastasse, la violenza assume oggi anche un carattere formativo ed educativo secondo quanto previsto dai percorsi di “educazione alla guerra”, benedetti congiuntamente dal Ministro dell’Istruzione e da quello della Difesa in via sperimentale per la Regione Lombardia, nei quali – mentre si tagliano i soldi per le attività ordinarie – soldati di ritorno dalle missioni di guerra insegneranno ai ragazzi delle scuole secondarie ad usare le armi e sparare!
Il deficit di nonviolenza porta alla banalizzazione della violenza, “la violenza e la sua arbitrarietà” non solo “sono date per scontate”, come ha scritto Hannah Arendt, nel suo saggio “On violance”, ma anzi sono oggi colpevolmente alimentate.
Dunque il 2 ottobre giunge a ricordarci quanto sia importante rilanciare nel nostro paese, qui ed ora, un forte impegno nonviolento.
E ciò che proveremo a fare anche attraverso il prossimo Congresso del Movimento Nonviolento, a Brescia dal 29 ottobre al 1° novembre. E quanto, ancor di più, andrà fatto in vista di un altro importante doppio appuntamento – prima del prossimo 2 ottobre – il 24 settembre del 2011, cinquantesimo anniversario sia della prima Marcia della pace, sia della nascita del Movimento Nonviolento. Entrambe creature di Aldo Capitini. Il quale, nel 1936 scriveva: "il mondo ci è estraneo se ci si deve stare senza amore, senza un'apertura infinita dell'uno verso l'altro, senza una unione di sopra a tante differenze e tanto soffrire. Questo è il varco attuale della storia".
Era pieno fascismo ma sembra parli dell’oggi.